La virtù sta sempre nel mezzo?

La differenza tra fede e conoscenza sta in ogni cosa.
Prendiamo per esempio l’idea diffusa che ogni estremo sia sbagliato e la corretta soluzione sia sempre in mezzo, che è l’interpretazione di chi segue per fede “in medio stat virtus” applicandolo sempre e senza interrogarsi su cosa implichi o cosa significhi.

Per esempio, applichiamolo alla scelta tra due estremi: dissetarsi bevendo acqua o dissetarsi bevendo acido solforico.
Cosa accade a chi applica il precetto per fede? Che invece di “esagerare” dicendo che bere acido solforico è sbagliato e bere acqua è meglio (estremista!), chi applica per fede il precetto berrà una bibita al 50-50 o 75-25 circa dei due liquidi. Davvero è meglio così?
L’estremista invece berrà solo l’acqua: che sciocco! ^_^

"Non bevo sempre l'acido delle batterie, ma quando lo bevo.... aaagahahagggg... aagghh."

“Non bevo sempre l’acido delle batterie, ma quando lo bevo…. occhecazzgghhh… aahgg.. ghh.”

Questa applicazione sciocca del detto ragionevole in medio stat virtus è quasi sempre l’applicazione fatta da chi invoca posizioni di compromesso. Per esempio l’idea che inserire scene riassunte o interventi del narratore invadente nella storia sia cosa buona in sé, perché se fosse quasi tutto (o tutto) drammatizzato e col punto di vista solido nel personaggio (o nei personaggi che si alternano a detenerlo di scena in scena), il romanzo sarebbe estremista e quindi farebbe schifo!
Come questo si sposi col principio di verosimiglianza, non chiedetelo a me: sono in contraddizione, non c’è molto su cui aggrapparsi. Di solito cerco sempre di trovare il motivo che può portare a scegliere in modo errato, ma qui proprio non ho appigli per giustificare.

Chi invece ha la conoscenza al posto della fede, sa di cosa parla il detto e sa come applicarlo. E sa che l’esempio con le parti riassunte e quelle drammatizzate è identico all’esempio dell’acqua e dell’acido solforico: peggiorare il testo aggiungendo per fede cose inadatte, non lo migliora. Magari se sono pochissime non lo ammazzano, ma di sicuro non lo aiutano. Se l’esempio con l’acido solforico vi pare eccessivo, immaginate acqua e sabbia come alternativa.

Il detto ci parla di due estremi entrambi dotati di punti di forza e debolezza complementari (oppure in cui uno è una mancanza e l’altra un eccesso di “qualcosa”), analizzati in uno scenario in cui il mix ottimale è un equilibrio tra i due. Non ci dice che se l’automobile è un estremo e la bicicletta l’altro, l’ideale in autostrada sono le auto senza motore che usano la pedalata umana per avanzare!
In quel caso ogni estremo ha la sua applicazione ideale, mischiarli produce solo una schifezza. A meno che non siate i Flintstones, allora perfino il pedale è un lusso e via a spingere l’auto a piedi nudi! ^_^

Se non siete i Flintstones, non è questo il medio di cui parla Aristotele.

Se non siete i Flintstones, non è questo il medio di cui parla Aristotele.

Dal libro quinto dell’Etica Nicomachea di Aristotele, origine del detto:

L’uguale è una sorta di medio tra l’eccesso e il difetto. Chiamo medio della cosa il punto che dista ugualmente da ciascuno dei due estremi, punto che è unico ed identico per tutti; chiamo invece medio rispetto a noi ciò che né eccede né difetta. Questo non è unico né identico per tutti. Ad esempio, se il dieci è troppo e il due è poco, si prende il sei come medio secondo la cosa: infatti supera ed è superato di un’uguale quantità. Questo medio è secondo la proporzione aritmetica. Ma il medio rispetto a noi non va preso cosí: infatti se per un uomo mangiare dieci mine è troppo e due mine è poco, il maestro di ginnastica non gli prescriverà sei mine; forse infatti anche questa quantità è troppa, o poca per la persona che l’assorbe. Per Milone infatti è poca, ma per un principiante di esercizi ginnici è troppa. Parimenti è per la corsa e per la lotta.Cosí pertanto ogni persona che ha conoscenza fugge l’eccesso e il difetto; invece è il giusto mezzo che cerca ed è questo che sceglie: il mezzo non dell’oggetto, ma in rapporto a noi.
[…]
La virtú è dunque una disposizione che orienta la scelta deliberata, consistente in una via di mezzo rispetto a noi, determinata dalla regola, vale a dire nel modo in cui la determinerebbe l’uomo saggio. È una medietà tra due vizi, uno per eccesso e l’altro per difetto. E lo è, inoltre, per il fatto che alcuni vizi difettano, altri eccedono ciò che si deve sia nel campo delle passioni che delle azioni, mentre la virtú e ricerca e sceglie deliberatamente il medio.
Perciò secondo la sua sostanza e la definizione che ne esprime l’essenza la virtú è una medietà, ma secondo l’eccellenza e la perfezione è un estremo.

(Aristotele, Etica Nicomachea, Rizzoli, Milano, 1986, vol. I, pagg. 163-167, grassetti miei)

Pensate sempre alla differenza tra “equilibrio” e “compromesso”: l’equilibrio, come lo intende quel detto, è cercare un mix ottimale (eccellenza), secondo precise aspettative e avendo la conoscenza (l’uomo saggio) per analizzare la questione al fine di ottenere lo scopo (quello narrativo immersivo, per esempio); il compromesso, come suggerisce la parola, è qualcosa in sé di compromesso, ovvero danneggiato (come prescrivere 6 mine come media tra 2 e 10, senza badare all’atleta a cui magari ne servivano 3 o 9).
Perché compromettersi?

"Sono Aristotele, ne so a pacchi, e intendo fartelo pesare. Yo, madafaka!"

“Sono Aristotele, ne so a pacchi, e intendo fartelo pesare. Yo, madafaka!”

Ragionare con gli estremi è la regola, se si ha buon senso e si usa la conoscenza invece di aderire a motti per pura fede senza averli capiti. I due estremi di vomitare e di essere un perfetto gentiluomo convivono: alla cena di gala si farà il gentiluomo, in bagno dopo un malore si vomiterà. Mischiereste le due cose, vomiticchiando in una cena di gala? O rinuncereste alla capacità di vomitare, perdendo un mezzo di difesa del nostro organismo? Ogni cosa nel suo giusto luogo, senza compromessi che scontentino la cena e lo stomaco.

L’equilibrio di cui parla il motto latino è interno al mostrare, al drammatizzare, non esterno: appurato che drammatizzare è l’unica scelta migliore, l’equilibrio sta nella quantità di dettagli. Mostrare sempre in modo troppo scarno è sbagliato quanto scrivere scene sempre troppo ricche e iperdescrittive. Eccesso e difetto di una cosa specifica, come diceva Aristotele, non mischiare cose diverse che non c’entrano tra loro!

L’equilibrio va trovato nell’importanza degli eventi e delle cose in relazione al personaggio e al preciso momento. Talvolta un “aprì la porta” (situazione di calma) è tutto ciò che serve… altre volte (situazione di tensione) servirà sentire il sudore, la paura, la maniglia che gira lentamente. Altre volte sarà un’azione inutile e quindi da tagliare! Di fronte a ciò che non merita dettagliate descrizioni, tagliare diventa buona parte del lavoro di un autore competente… e riassumere in modo asettico, fuori dal punto di vista, quello di un autore che ancora deve crescere molto a livello tecnico[Nota 1].

Il mix ottimale: questo è l’equilibrio. Non il compromettere l’opera.

Tra una forza che spinge a sinistra e una a destra, lo sciocco pensa che il medio sia l'annullamento delle due. E entrambi gli asini rimangono digiuni. Il saggio indica invece i due estremi più idonei in base al caso e gli asini mangiano entrambi.

Tra una forza che spinge a sinistra e una a destra, lo sciocco pensa che il medio sia l’annullamento delle due. Ed entrambi gli asini rimangono digiuni. Il saggio indica invece i due estremi più idonei in base al caso e gli asini mangiano entrambi.

La decisione tra tagliare e descrivere è il fondamento del motto Show Don’t Tell, che a me non piace. Non mi piace perché, come tutti i motti/slogan, banalizza la questione invece di semplificarla e gli individui di poco intelletto lo ripetono senza comprenderne il senso e quindi senza sapere di cosa parli e, di conseguenza, tipicamente lo criticano. Ecco come mai poi nascono vuoti discorsi sul pericolo di mostrare tutto nel minimo dettaglio: solo l’ignoranza più pura e incontaminata, frutto del lavorio costante dello sciocco, può farli sgorgare con gaiezza.

Se non si va oltre lo slogan e non si indaga di cosa parli davvero, non si è migliori di chi vota un partito per gli slogan che il candidato urla senza badare a cosa intenda fare una volta eletto. L’uomo saggio indaga e scopre la verità, mentre lo stolto cerca nello slogan un pretesto per le chiacchiere sperando che parlare a vanvera di questioni tecniche, magari opponendosi a millenni di esperti per “sentirsi ribelle”, lo elevi dalla propria pochezza (e invece svela solo ai saggi la sua ignoranza, facendoli sorridere).

E così dentro un romanzo che voglia essere emozionante e immersivo si drammatizza e si mostra con i sensi del personaggio…
…e fuori, nell’aletta o dietro, si fa un riassuntino che racconta la storia. Ogni cosa al proprio posto[Nota 2]. Entrambe col loro equilibrio interno corretto.

Curioso anche come chi applichi come un fondamentalista la dottrina del in medio stat virtus, senza averla capita, non si accorga di essere lui l’unico vero estremista in senso negativo, ovvero quello che sceglie per imposizione dottrinale, non certo chi ragiona e sceglie la soluzione ideale (un estremo o l’altro) con cognizione di causa.
Ma guai ad accusare i fondamentalisti di fondamentalismo: colpiti sul vivo della loro essenza, e dilaniati da un fatal flaw (ci torneremo in futuro) che li ha portati a quella tragica condizione (in senso narrativo di “insuperabile”), non potranno mai capire il proprio sbaglio né migliorarsi e si infurieranno solo di più.

Vedo la gente scioccaQuando li incontrate, sorridete e ignorateli, come già fanno gli esperti e i professionisti seri: sta a loro imparare se lo desiderano davvero, non a voi insegnare a chi non vuol apprendere. Dal desiderio sincero di apprendere sgorga sempre la necessità di farlo senza preconcetti: se parlano senza sapere, è perché di sapere non importa loro nulla. ^_-


Nota 1
Poi non discuto che l’autore che appare tecnicamente immaturo abbia idee bellissime già adesso, come molti autori di fantascienza che scrivono male, o che invece (come spesso accade ai bravi autori) sappia già come stanno le cose a livello tecnico ma se ne freghi per produrre romanzi più in fretta anche se sono scritti peggio, perché tanto non pensa che il suo pubblico distinguerà troppo la differenza. Voi non lo trovate offensivo questo venir trattati come “intelligenze di serie B” dai vostri autori? Io un po’ sì. [↵]

Nota 2
In realtà c’è un piccolo posto per i riassunti anche nel drammatizzare: nel mostrare le battute di un dialogo, se un personaggio racconta a un altro qualcosa, la battuta in sé sarà un piccolo riassunto. Piccolo, però: risponde al precetto di verosimiglianza del linguaggio (nei limiti narrativi, ci torneremo in futuro), ma non va abusato. Se il riassunto di eventi fatto da un personaggio all’altro è lungo, il lettore si annoierà: meglio allora un capitolo in cui viviamo gli eventi narrati dal punto di vista di chi li ha vissuti (flashback analessi, ci torneremo in futuro). [↵]

 

2 comments

  1. Tra l’acqua e l’acido si beve la birra, duca u.u

    Tornando alle cose serie, l’immagine degli asini spiega tutto. è geniale.

    • Toby on 08/09/2015 at 14:20
    • Reply

    Poco tempo fa girando in internet ho visto un articolo su questo blog dove il Blogger esponeva la questione del mostrato e del raccontato. Secondo me già è stupido chiedersi cosa è meglio usare, ma la cosa che fa più ridere sono i commenti. C’è scritto di tutto e di più e si vede che la gente che ha commentato non sapeva neanche di essere al mondo, figuriamoci dello show don’t tell. Alcuni non lo avevano mai sentito prima anche se scrivevano e la maggior parte sostenevano teorie srrampalate tra cui quella del “in medio stat virtus”. Comunque anche il blogger (sempre troppo occupato a elogiare Manzoni) non credo che sappia molto di scrittura.

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