Giuseppe Menconi: come trovare le idee per una storia.

Torna la rubrica di Vaporteppa dedicata ai nostri autori. Giuseppe Menconi, autore di Abaddon e Il Grande Strappo, ci parla di come trova le idee. Se volete potete leggere le risposte alla stessa domanda date di Alessandro Scalzo e Giulia Besa negli appuntamenti precedenti.


Giuseppe, come trovi le idee per una storia?

Giuseppe Menconi

Non c’è un metodo sicuro e collaudato per “creare” un’idea e mettersi a scrivere. La fantasia è basilare, ma la si può aiutare (film, libri, videogiochi, documentari, l’ambiente). Solitamente parto da un singolo concetto che può essere ricondotto al What If del libro – il famoso cosa accadrebbe se… – e che può nascere da pressoché ogni cosa che faccio, leggo o vedo. L’elaborazione delle scene viene sempre dopo.

Per esempio, l’idea di Abaddon, e cioè la cosa che mi ha fatto chiedere “cosa accadrebbe se un’astronave misteriosa arrivasse sulla Terra e se ne stesse lì per decenni senza fare nulla?” mi è venuta in mente molto prima di scrivere Abaddon, quando avevo visto District 9. Nel film in questione mi aveva colpito l’idea di questa astronave che arriva e se ne sta immobile fino a quando gli esseri umani non decidono di entrare aprendo una breccia per vedere cosa c’è dentro, e ho iniziato a fantasticare su cosa ci avrei messo io dentro, o detto meglio: cosa ci avrei voluto trovare io.

District 9 è già un film particolare in sé. Gli alieni, quando arrivano, fanno sempre qualcosa: ci attaccano, ci massacrano, ci contattato, ci studiano. In questo caso l’astronave è danneggiata, gli alieni non vorrebbero nemmeno trovarsi lì, hanno paura, sono delle vittime. Il film, poi, prende strade diverse da Abaddon, ma il concetto iniziale è simile.

L’idea de Il Grande Strappo ha avuto origini più scientifiche. Ho una grande passione per i documentari sulla scienza, in particolare quelli che concernono la cosmologia e le teorie estreme. Avevo visto un documentario sulla velocità della luce e lo spazio tempo in cui era nominato il grande strappo, e da lì la mia curiosità mi ha spinto a informarmi meglio sul fenomeno.

Illustrazione di Manuel Preitano

Illustrazione di Manuel Preitano

Il What If è stato: “che cosa accadrebbe se l’umanità si trovasse sull’orlo della distruzione totale?”
Detto così potrebbe sembrare un What If abusato, ma poi l’ho arricchito dividendo l’umanità in due fazioni in guerra, mettendoci dentro concetti espressi nella Bibbia – libro che ben si presta all’apocalisse – e infine ho condito tutto quanto con una bella dose di pessimismo. Non ho fatto altro che unire più concetti e fonti di ispirazione per arrivare all’idea finale.

Facciamo un esempio sull’unire i concetti anche con Abaddon: District 9 per il What If (Film), Dead Space per lo sviluppo interno (Videogioco), le teorie degli antichi astronauti per il concetto di fondo (documentario). È mischiando gli ingredienti a disposizione che si ottiene un nuovo composto.

Ad ogni modo, dal What If allo sviluppo delle singole scene c’è di mezzo un oceano… di sofferenza e sacrifici. Purtroppo scrivere non significa solamente sedersi e battere sulla tastiera, anzi, battere sulla tastiera è la parte finale della creazione di un romanzo. Prima c’è tutta una fase di pianificazione che non posso certo negare sia un po’ noiosa e frustrante, ma è indispensabile.
Personalmente preparo un riassunto delle scene che comporranno il romanzo in ordine cronologico per avere un’idea precisa del percorso che dovrà fare il protagonista e cosa deve risaltare in ogni scena. Il vero sforzo creativo sta nella stesura delle singole scene e nella coerenza della storia. Qui entra in gioco la fantasia, e l’aiuto leggendo, guardando film, ma soprattutto anticipando l’atto di scrivere in sé. Non mi faccio trovare con le mani nella marmellata…

Voglio spendere alcune parole su quest’ultimo punto. Sento spesso parlare del blocco dello scrittore, ma è una cosa che non esiste. Se quando mi siedo davanti al computer non mi vengono idee per dare corpo alla scena, significa che ho lavorato male prima. Non è un grosso dramma finché accade sporadicamente, ma se la cosa mi blocca per giorni, allora inizio a farmi delle domande sulla pianificazione.

Illustrazione di Manuel Preitano

Illustrazione di Manuel Preitano

La soluzione è pensare sempre a ciò che dovrò scrivere al fine da aver già fatto tutta l’elaborazione di ciò che “deve accadere” prima di sedermi davanti al computer. Non c’è niente di più frustrante che dover pianificare i dettagli quando invece si potrebbe scrivere.

Mentre pedalo in bicicletta, mentre guido, mentre cerco di addormentarmi, non posso scrivere, ma posso elaborare la storia nella mia testa, pensare a cosa deve accadere in una determinata scena, a cosa deve accadere nei particolari per esprimere un preciso concetto: come mostrare al lettore la codardia dell’eroe di Abaddon; come mostrare l’abnegazione verso la Federazione del protagonista de Il Grande Strappo; come mostrare i sentimenti del protagonista verso la moglie e i figli.

Posso portarmi avanti con il lavoro di fantasia e ridurre il momento in cui sarò seduto davanti al computer a un mero atto tecnico. La leggenda di girare con un taccuino su cui appuntare tutto quello che ti viene in mente è vera, e aiuta molto, almeno per ciò che mi riguarda. Le idee per i dettagli delle scene possono balzare nella testa in ogni momento, e se non me le scrivo finisco per dimenticarle.

Inoltre, c’è da considerare che per quanto un romanzo possa essere ben pianificato, durante la stesura salteranno fuori idee migliori che ti costringeranno a ripensare alcuni passaggi della storia. Scrivere è faticoso, e se dopo una giornata di lavoro mi siedo davanti al computer e ancora non ho le idee chiare su “ciò che deve accadere” in quel momento del romanzo, non scriverò nulla o finirò con il cancellare quello che riuscirò a scrivere arrancando, e visto che non ho molto tempo libero, meglio non sprecarlo.


Grazie a Giuseppe!

Avete qualcosa da chiedere a Giuseppe Menconi? Non è detto che riesca a rispondere in tempo breve, ma provate: in ogni caso possiamo usare le domande come spunti per futuri articoli se non sarà possibile rispondere subito. 🙂

36 comments

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    • Michele on 04/01/2016 at 12:29
    • Reply

    Bell’articolo! Molto interessante.
    Sarei curioso di sapere come organizzi il lavoro di pianificazione.
    Cioè se ho capito bene in pratica crei un riassunto dei vari capitoli? O di determinate scene all’interno dei capitoli?

  1. Tutto vero e utile, ma secondo me quelle “idee migliori” che ti vengono mentre scrivi hanno un peso maggiore di quello che sembri attribuirgli. I personaggi, quando ben congegnati, hanno un cervello, anzi, un ego, e una creatura di questo tipo è sempre imprevedibile. Preparare lo schema delle trama, i riassunti delle singole scene etc, deve essere il punto di partenza. Certo, la mancanza di tempo costringe a una pianificazione ben ponderata, come tu giustamente affermi, ma se si ha poco tempo a disposizione è meglio non scrivere.
    Comunque, leggerò il tuo romanzo (l’ultimo uscito) e probabilmente ne parlerò.
    Nota per il Duca: non temere, mi è sempre stata ben chiara la differenza tra cazzi e mazzi che hai esposto con dovizia di particolari in questo post http://www.vaporteppa.it/approfondimenti/la-virtu-sta-sempre-nel-mezzo/
    (anche se forse dai miei articoli non si evinceva)

  2. Bell’articolo! Molto interessante.
    Sarei curioso di sapere come organizzi il lavoro di pianificazione.
    Cioè se ho capito bene in pratica crei un riassunto dei vari capitoli? O di determinate scene all’interno dei capitoli?

    Ciao, Michele, grazie dell’interessamento.

    Non è proprio un riassunto dei capitoli. Seguo lo scherma dell’arco di trasformazione di Dara Marks e mi preparo a priori una lista di eventi (più che scene) di ciò che dovrà accadere per sviluppare quell’esatto punto dell’arco. È un po’ difficile da spiegare senza che tu abbia letto il libro della Marks.

    Per portare un esempio – semplificando molto e sperando di riuscire a spiegarmi bene – un arco di trasformazione del personaggio prevede degli “eventi” in successione: Incidente Scatenante -> Richiamo All’Azione -> Momento Determinante -> Turning Point -> Risveglio e altri.
    Detto così sembra un modello rigido, ma in realtà è l’opposto: è molto flessibile e si limita ad assicurarsi, obbligandoci a pensare bene alle scene, che tutto abbia senso e sia presente in modo elegante nell’economia del primo atto di una storia, il più delicato. Già dopo il primo terzo del libro si è molto meno aiutati nel secondo e nel terzo atto, con tutti i pro e i contro del caso quando si ragiona in concreto sulle scene.
    Per ognuno di questi “eventi” scrivo che cosa deve accadere al personaggio e come trasmettere l’idea al lettore. Molto spesso mi appunto anche dettagli precisi della scena, o delle scene.

    Per quanto concerne i capitoli e le singole scene, non è detto che ad ogni capitolo corrisponda uno degli eventi sopracitati. Dipende, di volta in volta, dalla complessità della storia.

    Questa procedura è molto utile perché mi aiuta a sapere dove sto andando e a non divagare troppo. Dico “troppo” perché seguire alla lettera una pianificazione non riesce quasi mai, almeno ancora non mi riesce.

    Non è l’unico modo per progettare una storia, ma a me torna abbastanza bene.

    Spero di essersi stato d’aiuto. A presto!

    ______________________________________

    Ciao Ego, grazie anche a te dell’interessamento.

    ma secondo me quelle “idee migliori” che ti vengono mentre scrivi hanno un peso maggiore di quello che sembri attribuirgli

    Hanno il peso di “costringermi a ripensare alcuni passaggi”, quindi credo che abbiano abbastanza peso. Tra l’altro, tutte le volte che sono andato a ritoccare l’arco di trasformazione dopo che l’avevo definito, ho sempre fatto un po’ di casino con il messaggio che volevo trasmettere, e una cosa modificata mi ha costretto a modificarne un’altra e via così, un po’ a catena. Quindi, personalmente, valuto sempre se il “ripensamento” vale davvero la candela o se alla fine è meglio lasciare così. Scrivere stimola, quindi sì, le idee che ti vengono mentre la storia prende corpo sono spesso buone.

    Anni fa ho scritto un romanzo molto lungo senza troppa pianificazione – che forse pubblicherò da self verso la fine dell’anno. Ho cercato solamente di immedesimarmi nei personaggi, senza sapere fin dall’inizio cosa sarebbe accaduto loro, e non credo sia venuto male. Ho potuto lasciarmi trasportare dagli eventi. Il problema (ti parlo della mia esperienza) è che mi sono ritrovato a divagare molto e nelle successive riletture mi sono accorto che molte scene erano inutili. Ripeto, non credo sia venuto male, ma con gli occhi di adesso modificherei un sacco di cose.

    Non voglio dire che ci sia un solo modo per pianificare una storia, però mi sto trovando bene seguendo lo schema di Dara Marks, benché, lo ammetto, la fase della pianificazione sia tremendamente noiosa. Ho letto qualcosa anche su Truby e Vogler. Truby mi pare più complesso e offra una struttura un po’ più dinamica, ma per adesso non ho voglia di cambiare.

    leggerò il tuo romanzo (l’ultimo uscito) e probabilmente ne parlerò.

    Grazie, mi fa molto piacere e spero che ti piaccia. Ho anche visto che hai un blog. Se fai recensioni e la cosa ti può interessare – come ho scritto sul mio sito – posso farti avere anche l’altro romanzo gratuitamente.

    Ciao, a presto!

      • Michele on 05/01/2016 at 14:52
      • Reply

      Grazie per la risposta. Si conosco quel libro, ma non l’ho mai letto. Mi ricordo di aver letto degli articoli su fantasy eydor ispirati da quel libro ( dovrei rileggerlo, non ne sono sicuro) quello che mi interessava era sapere se grossomodo preparavi oltre alle idee anche delle scalette per i vari capitoli. Ma da quello che ho capito ti limiti a stabilire degli eventi per ciascuna fase del “viaggio” mi chiedi così non ti capita mai di impantanati? Cioè di non riuscire a collegare le varie idee?

    • Beppe on 05/01/2016 at 18:26
    • Reply

    Ciao Giuseppe, complimenti per i tuoi romanzi.

    Volevo chiederti, quando progetti la storia sviluppi anche il tema?

    Grazie.

    Per il Duca.

    Ci saranno altri articoli sulla scrittura in futuro?

    Pensi che potresti pubblicare altri generi del fantastico oltre a quelli attualmente pubblicati?

    E’ infine un bilancio sul percorso, fino a questo momento, di Vaporteppa nella giungla del mercato editoriale italiano. Sono un vostro lettore e mi auguro di poter godere a lungo dei vostri ebook.

    Grazie e buon lavoro.

  3. Ci saranno altri articoli sulla scrittura in futuro?

    Sì, qualcosina. Molti argomenti di narratologia, i più interessanti, sono comprensibili solo disponendo di diverse conoscenze precedenti sui fondamenti di progettazione e sui principi narrativi, in pratica il tipo di formazione che fornisco col corso agli autori. In certi casi non avere queste conoscenze porta al rischio di capire l’esatto opposto di quanto la teoria dice.

    Moltissime persone parlano di regole e narrativa, ma senza conoscerne i principi non capiscono quando si contraddicono e non possono accorgersi quando capiscono l’opposto di ciò che una regola dice. A quanto ho visto la norma è studiare così (spesso recitare quanto letto online, più che studiare), quando va proprio alla grande.
    Ero così anche io fino al 2010, con tante regole separate in testa, poi ho avuto la mia piccola epifania studiando testi di teoria narrativa diversi da quelli soliti e ho iniziato a vedere come tutto si collegava. Già a inizio 2011 il passo era fatto. E solo dal 2012 me la sono sentita di chiedere una piccola cifra per valutare e scrivere (enormi) schede sui romanzi inviati, dopo quasi 5 anni di studi, di cui 3 davvero intensi (un po’ come se dovessi laurearmi).

    Per questo già pochi mesi dopo aver iniziato a insegnare, nel 2012, ho ribaltato il modello di vendita e sono passato dalla “scheda con approfondimenti teorici” (basata sul libro di un autore che mi contattava) al corso in cui mi assicuro di inculcare i principi fondamentali da cui ogni altra cosa nasce naturalmente.

    Chi studia solo le regolette è come chi impara le dimostrazioni matematiche a memoria. Ai miei corsisti ho sempre insegnato a procurarsi i mezzi per rifare la dimostrazione al volo usando le proprie conoscenze. Chi conosce i principi è in grado di valutare ogni elemento in relazione a ogni altro e allo scopo complessivo della narrativa in relazione all’impatto sul cervello del lettore, ed è così anche capace di rispondere ai conflitti di priorità tra differenti principi progettuali (capitano più spesso di quanto si vorrebbe).

    E soprattutto è in grado di stupirmi aprendo nuovi scorci di conoscenza con i propri dubbi, casi, analisi… ho imparato qualcosa di nuovo con ognuno dei nuovi autori che ho dovuto formare, affrontando e rispondendo ai loro specifici problemi. Ed è stata un sacco di gente, visto che quelli fino ad ora pubblicati sono la punta dell’iceberg di tutti quelli a cui è stata data una chance (alcuni stanno ancora lavorando, altri hanno praticamente mollato). Con tutti è stata un’ottima esperienza e sono tutti stati molto felici del mio metodo, anche quelli che poi non hanno scritto niente di interessante per Vaporteppa: alla fine è bello anche quando va così.

    Se riprendo con gli articoli di scrittura, accenneremo a qualcosina, per quel che vale: dovendo semplificare e scegliere argomenti comprensibili senza formazione apposita, le possibilità di parlare delle cose davvero utili e spendibili si riducono parecchio e si finisce a parlare di questioni un po’ troppo vaghe e poco utili (a mio avviso).
    Farò il possibile, ma il mio interesse è più di dare spazio ai miei autori che non ai miei articoli. ^_^

    E’ infine un bilancio sul percorso, fino a questo momento, di Vaporteppa

    Quando passerà il secondo anno, tra un mese. Non ricordo se l’anno scorso l’ho fatto per la data di rivelazione pubblica o per la data di prima uscita di un’opera di narrativa, ma mi pare la prima: quindi attorno al 4 febbraio farò un post.

  4. Dimenticavo:

    Pensi che potresti pubblicare altri generi del fantastico oltre a quelli attualmente pubblicati?

    Pubblicheremo qualsiasi cosa ben fatta che rispetti le indicazioni date di cosa pubblichiamo, che sono ancora uguali a 23 mesi fa e che riporto qui:

    Ci occuperemo di narrativa fantastica in generale: Fantascienza, Science-Fantasy e un po’ di Fantasy, possibilmente non medievaleggiante e niente paranormal romance. Anche l’horror va bene, purché ricada anche in uno dei tre generi indicati prima. Ovviamente New Weird e Bizarro Fiction, ricadendo nei macro-generi indicati prima, vanno bene anche loro.
    Preferiamo le opere d’avventura, ma se siete riusciti a cavare fuori dal fantastico una commedia brillante alla Wodehouse o un fantasy umoristico alla Pratchett siete i benvenuti.

    Se è narrativa fantastica vera, non mainstream o rosa camuffato con estetica di genere, è probabile che possa andar bene. Non abbiamo nulla contro le opere camuffate da narrativa fantastica, con le etichette (vampiro, drago, astronave) ma senza la sostanza (il What If improbabile o impossibile), solo che al momento non siamo interessati a pubblicarne.
    Gli altri editori ne vanno matti, provate con loro.

    Preferibilmente, ma NON è obbligatorio, vorremmo vedere questi generi declinati retro-futuristicamente, con forti richiami al Lungo XIX Secolo, o comunque al mondo precedente l’Era Informatica, come nel caso dello Steampunk e del Dieselpunk: fantascienza/science-fantasy ambientata o ispirata al recente passato di settanta o cento-e-oltre anni fa.

    Praticamente rimangono fuori i fantasy tali solo perché ci sono elfi nei boschi e nani nei monti, e i rosa coi vampiri spacciati per narrativa fantastica. Se però si riesce a fare vera narrativa fantastica partendo da lì e andando oltre, ok, mi interessano.
    È cambiato nel 2015 solo che ho rinunciato all’idea dei testi da 10-14mila parole a 1,99 euro e sto facendo concentrare gli autori alla prima opera su testi di 25-40mila parole.

  5. Penso che molti saranno interessati a conoscere titolo e autore di questi “testi di teoria narrativa diversi da quelli soliti”, altrimenti si continua a parlare di studi matti e disperatissimi senza mai un riscontro concreto (se li hai già indicati altrove, potresti fornire il link). Inoltre, ritengo che leggere manuali di scrittura sia cosa ben diversa dal laurearsi in ingegneria, a prescindere da quali e quanti tu ne legga. Lo dimostra il fatto che, dopo aver letto vagonate di romanzi, svariati manuali (molti dei quali consigliati da Gamberetta), blog, materiale online e offline (ovviamente tutto materiale ben selezionato, non sono certo andato a caso), sono giunto a conclusioni spesso differenti dalle tue (me ne accorgo leggendo le opere di Vaporteppa, ma ammetto di non averne lette ancora abbastanza per esprimere un parere complessivo). Io apprezzo moltissimo il tuo impegno, e non ho mancato di sottolinearlo, ma ti consiglio un atteggiamento più umile, o quantomeno possibilista, rammentando che la narrativa non è ingegneria. In caso contrario, agli occhi di qualcuno (non certo il primo fesso che capita, ma persone che hanno studiato quanto te, o semplicemente meglio di te, secondo il loro punto di vista) potresti apparire come uno che talvolta “non capisce quando si contraddice e non può accorgersi quando capisce l’opposto di ciò che una regola dice”.
    Per il momento gradirei conoscere gli autori dei manuali che citavi (quelli diversi dai soliti).

    • CarloL on 07/01/2016 at 15:57
    • Reply

    Ciao Giuseppe, grazie per i consigli! Ho smesso di provare a scrivere anni fa e tante volte avevo una scena a grandi linee in testa, ma poi non usciva fuori quando dovevo scriverla. Spesso mi bloccavo nei momenti vuoti in cui avevo lasciato da parte cosa sarebbe accaduto e non sapevo come arrivare dal punto precedente della scena a quello successivo. Volevo quei momenti vuoti in cui poter improvvisare, lasciare che i personaggi mi dicessero da soli cosa volevano fare, e finiva sempre che quello che dicevano non permetteva di arrivare dove volevo… o non dicevano proprio nulla….

    Quando immagini le scene fino a dove ti spingi nei dettagli? Come fai a fare in modo che i personaggi vadano dove devono andare?

    Per il duca
    Dimmi se ho indovinato uno dei libri a cui ti riferisci: “Retoric of fiction” di Booth. Lo avrai indicato decine di volte non posso aver sbagliato, mi confermi?
    E’ stata la lettura numero uno per me per avvicinarmi in concreto alle teoria letteraria, soprattutto per capire che cosa è l’arte. Se ricordo correttamente l’ho comprato proprio dopo che in un intervento radio anni fa avevi parlato della definizione di arte come ciò che si valuta con regole precise condivise, il punto di partenza di quel saggio pesantissimo e meraviglioso. Ho perso il conto di quante volte ho speso quel concetto discutendo di pittura, poesia e fumetti con gli amici!

  6. @Ego
    Ognuno ha la sua opinione, grazie per avermi espresso la tua. Le darò tutto il peso che merita.
    Per qualche accenno di letture consigliate, ti rimando al pezzo di risposta per Carlol.

    @Carlol
    Sì, Rhetoric of Fiction è stato un importante punto di partenza e non solo per i motivi che hai indicato, che pure sono così importanti ed è così evidente che vengano ignorati da moltissime persone, inclusi baroni universitari e altri pezzi grossi, da rendere dolorosamente vero quell’appunto apparso (mi pare) anni fu su Enthymema (rivista di lettere e filosofia dell’università di Milano) secondo cui gli studi ritenuti nel mondo occidentale FONDAMENTALI per la letteratura del XX Secolo, quelli di Wayne Booth, ancora oggi a distanza di 40-50 anni in Italia sono spesso del tutto ignoti, a parte a chi per follia nel dottorato vi si approssima.

    A giudicare da cosa ho visto venire insegnato e da come si parla di letteratura in Italia, oserei dire che neanche gli insegnamenti della corrente della New Critic (affine alla Scuola di Chicago di cui Booth rappresenta assieme il meglio e il più diverso) sono tenuti in considerazione… ovvero che di un testo importi ciò che parola per parola c’è scritto, e non illazioni o presunzioni di ipotesi basate su idee (sempre false o incomplete) che il critico ha maturato sull’autore. La vera critica letteraria deve parlare dei testi, non fare processi alle intenzioni.
    L’ho sempre trovato adorabile perché, non so se ricordi gli interventi radio, si ricollega al problema del buon Čechov a cui i giornalisti dell’epoca attribuivano le idee espresse dai suoi personaggi… e così veniva in un racconto accusato di essere un socialista pericoloso, in un altro di essere un reazionario ecc. e questo lo faceva infuriare.

    È una piaga che in oltre un secolo non è mai guarita! A tema è geniale la definizione di Stephen Stirling (spesso attribuita ad Heinlein):

    There is a technical term for someone who confuses the opinions of a character in a book with those of the author. That term is idiot.

    Aggiungo per chi non lo ha letto che Rhetoric of Fiction è un libro un po’ noioso e che se si cerca un manuale di narrativa, non è quello.
    È teoria in senso più vasto, sulla letteratura in generale e non su come progettarla o scriverla in concreto, però è zeppo di belle citazioni e parecchie volte fanno sghignazzare perché sono così dure uno non se le aspetta in un librone serioso. Da questo punto di vista mi sento di sconsigliarlo a chi (finge?) di avere problemi con i miei toni, già molto morbidi e molto possibilisti… nel mondo accademico vero non si fanno problemi a dire le cose come stanno e a chiamare “brodaglia informe”, per esempio, i riassunti (il cosiddetto “raccontato”). E a lanciare insulti pesantissimi, ma velati, a chi sostiene approcci soft e poco tecnici alla narrativa (Booth è micidiale, se uno legge tra le righe, nelle sue velate accuse).

    Non vorrei ricordare male, ma forse in Rhetoric c’è anche il concetto del “mostrato” nel teatro giapponese, ma forse ricordo male. Il difetto principale di quel saggio è che 1. per capirlo davvero bisogna avere già studiato la questione del mostrato, le regolette varie ecc… (perché lui non ne parla, e senza saperle alcune cose sembrano contraddirsi o avere un senso diverso da quello reale – o contraddirsi proprio perché uno le interpreta in un modo una volta, nell’altra un’altra volta) e 2. che Booth appunto è un professore, un teorico della critica fondata sul confronto/conflitto di ethos (che a me piace molto), e non un autore o un editor professionista per cui certe volte l’applicabilità di ciò che dice (come l’autorità percepita dell’autore, di cui parla anche Palaniuhk), lascia un po’ il tempo che trova e può portare a interpretazioni sgradevoli nel senso che non tutte le storie lo permettono e certe volte a cercare di ottenerla apposta si fa una merdata molto forzata che uccide la lettura… ma basta conoscere i consigli di Lajos Egri a riguardo per evitarlo (dopo cito il suo libro).

    Per chi vuole approfondire la critica etica, c’è The Company We Keep. Io ce l’ho cartaceo, un mattone pieno di piccole perle. Ancora meno spendibile di Rhetoric, ma se uno conosce davvero l’ambito è pieno di riflessioni interessanti.

    Passando ad altri libri, per imparare a capire meglio la letteratura mi hanno aiutato moltissimi altri libri. Classici come la Retorica e la Poetica di Aristotele. Il primo anche per tanti momenti di puro divertimento molto attuali, come questo:

    Poiché i poeti, anche se i loro discorsi erano privi di senso, parevano aver guadagnato la propria fama attraverso lo stile, fu proprio lo stile poetico a nascere per primo, come quello di Gorgia. Nonostante ancora oggi la maggior parte degli ignoranti credono che persone simili si esprimano nel modo più bello, non è così. Questo perché lo stile della prosa non è lo stesso della poesia. E il risultato lo dimostra. Perfino gli scrittori di tragedie non scrivono in quella maniera e da quando sono passati dal tetrametro al metro giambico, poiché quest’ultimo, tra tutti i metri, più di ogni altro ricorda la prosa, essi hanno abbandonato in ogni modo tutte quelle parole che non appartengono alla normale conversazione e con le quali i primi poeti erano soliti adornare le proprie opere

    Il secondo invece è un testo che può risultare oscuro e poco spendibile, se non si conosce già l’argomento e soprattutto se non si conosce il senso del Fato nel teatro greco. Ma qui ci soccorre, con una spiegazione ottima, Lajos Egri con l’altamente consigliato L’Arte della Scrittura Drammaturgica.

    A tema chiarezza e oscurità, invito a leggere un testo che permette di capire sia come mai confondere l’oscurità per profondità sia ciò che caratterizza lo sciocco che adora subire il plagio (San Bernardino si infuriava per chi predicava senza essere “chiarozzo chiarozzo”), sia come mai, di conseguenze, un linguaggio molto complesso e artificiale tipico della più elevata letteratura snob-chic affascini certe persone.
    È tutto connesso. E certe volte, se lo scopo è il plagio (in politica, per esempio) e non la narrativa immersiva, l’oscurità vale molto più della chiarezza.
    Il saggio è questo: Elogio dell’Oscurità e della Chiarezza, di Massimo Baldini. Riporto una citazione simpatica:

    «Nella Chiesa — ha scritto il teologo Joseph Comblin — si parla molto per non dire nulla» e «molti discorsi sono incomprensibili». E il vescovo Alessandro Maggiolini ha affermato: «il cattolichese c’è è innegabile. È un gergo narcisistico, tipico di chi si ascolta, di chi vuoi passare per una persona molto acculturata. Ho l’impressione che si confonda l’oscuro con il profondo, manca quello sforzo di semplificare che è necessario per parlare gli altri. E questo è tremendo, perché vuoi dire che il mondo cattolico si sta chiudendo in se stesso. Dovremmo imparare un po’ dalla Chiesa primitiva, che usava le parole più semplici possibili»

    Molto utile è stato anche, per la narrativa, Introduzione alla psicologia sociale a cura di Hewstone e Voci oltre ai molto datati testi di Eric Berne. E utili, ma solo come spunti di riflessione, i diversi testi di neuronarratologia letti. Basta cercare in giro.
    E per capire come un approccio serio sia quello concreto, preciso e scientifico, e non le discussioni sulla fuffa condite con concetti scientifici non compresi davvero, invito alla lettura di Fashionable Nonsense: Postmodern Intellectuals’ Abuse of Science di Sokal e Bricmont, un testo che dovrebbe essere d’obbligo nelle scuole superiori. Ma visto che insegna qualcosa, mi pare naturale non lo sia.

  7. Ma da quello che ho capito ti limiti a stabilire degli eventi per ciascuna fase del “viaggio” mi chiedi così non ti capita mai di impantanati? Cioè di non riuscire a collegare le varie idee?

    Ciao Michele,

    credo di aver capito cosa intendi, però no, se hai ben chiaro l’arco di trasformazione della Marks, e lo prepari con il libro aperto davanti, puoi faticare per trovare la combinazione migliore, ma impantanarti no, per troppo tempo no. Un metodo che uso per semplificare l’arco, è chiarirmi bene il Fatal Flaw del personaggio principale; cerco di far girare tutto attorno a quello, Midpoint, Turning Point, e il resto. L’arco di trasformazione è un gioco di cambiamento, alla fine: da timido ad estroverso, da violento a pacato, da timoroso a coraggioso (sto semplificando). Il libro della Marks è molto chiaro, ti consiglio di leggerlo.

    Considera che io ancora adesso progetto le storie con il libro aperto davanti e mi rivado a leggere dei pezzi se serve. In fondo al libro c’è un utilissimo glossario e un diagramma riassuntivo di tutti i passaggi.

    Spero di esserti stato d’aiuto. A presto!

    Volevo chiederti, quando progetti la storia sviluppi anche il tema?

    Ciao Beppe,

    sì, è la prima cosa, sempre se ti riferisci al tema così come spiegato nell’arco di trasformazione, tra l’altro spiegato molto bene nel libro della Marks (sembro un pusher della Marks).

    Quando immagini le scene fino a dove ti spingi nei dettagli? Come fai a fare in modo che i personaggi vadano dove devono andare?

    Ciao CarloL,

    i veri dettagli, quelli cioè più approfonditi, escono fuori durante la stesura. Durante la fase di “immaginazione” posso immaginarmi qualche dettaglio molto concreto, cose che magari mi appunto da qualche parte per inserirle poi nella scena. È ovvio che non è possibile pianificare ogni singola scena nei dettagli più precisi solamente nella fase di pianificazione, però, ad esempio, nel riassunto di quello che deve accadere in quel punto dell’arco di trasformazione, dove indico il luogo dove si trovano i personaggi, quello che devono fare e soprattutto dove devono arrivare in quella scena, aggiungo delle note di attenzione in cui metto i particolari da inserire che mi sono venuti in mente e che mi sono appuntato.

    Tieni conto che ad ogni rilettura puoi aggiungere o togliere, e modificare. Sia Abaddon che Il Grande Strappo hanno ricevuto nuovi dettagli a ogni rilettura. Aggiungere dettagli su un testo già scritto è molto più facile che metterli sul foglio bianco.

    Per fare in modo che i personaggi vadano dove devono andare seguo, come ho già detto, l’arco di trasformazione. È una domanda questa che trova risposta nel libro della Marks. Ricordati, comunque, che un buon arco di trasformazione fa arrivare i personaggi dove “devono” arrivare in modo naturale, senza costrizioni. Se ti accorgi di dover forzare l’atteggiamento e le decisioni del tuo personaggio per proseguire, qualcosa non va.

    Spero di averti aiutato. A presto.

  8. @CarloL
    Aggiungo a quanto dice Giuseppe che l’avere uno schema utile per il ragionamento come quello della Marks, o di Truby o di altri non deve farci dimenticare gli altri precetti di Aristotele così ben espressi da Egri nel manuale sopra citato.
    Per esempio che la storia debba essere formata solo da scene e che ogni scena sia logica e necessaria conseguenza della precedente. Questo implica che le uniche scene possibili sono quelle adatte al personaggio e a come reagirà.

    Applicando in modo serio e senza incertezze quanto Egri ci ricorda, non tradiremo mai la natura del personaggio obbligandolo a fare ciò che non farebbe. Al massimo potremo scoprire che abbiamo scelto il personaggio sbagliato, perché non può dimostrare o fare ciò che speravamo, o che abbiamo scelto la storia sbagliata, e allora ravvederci e ricostruirla attorno al personaggio. 🙂

    Questo però è un argomento di cui credo di poter parlare in un articolo, magari legandolo al concetto di “premessa” che, è sapere comune nel settore, spesso viene frainteso (ed è per questo che autori come Howard, Truby o la Marks stessa non lo usano, per evitare che uno studente poco preparato lo fraintenda, ma così facendo perdono forza nella loro teoria). Eppure Egri spiega benissimo come non cadere in errore ed è anche facile seguire i suoi precetti. 🙂

    E scopriremo per esempio che anche Von Moltke il Vecchio ha scritto cose che si possono applicare allo studio della narrativa, riassumibili in “nessun piano di battaglia sopravvive al contatto col nemico”. Ma ne parleremo: il segreto della buona narrativa e della buona teoria è la flessibilità di fronte alla contingenza del caso, e la flessibilità di pensiero è ciò che caratterizza gli autori che formo e il modo in cui impongo di ragionare. La narrativa parla della vita, la vita è movimento e adattamento, per cui una narrativa che non sia costruita sull’adattamento non parla della vita.

    • CarloL on 07/01/2016 at 23:25
    • Reply

    Grazie duca, grazie Giuseppe

    Il saggio della Marks è “l’arco di trasformazione dei personaggi”? Mi fido e lo leggo.
    Truby lo conosco e ho letto anche Vogler – che non avete citato – ma mi hanno lasciato perplesso. Bello il primo, pieno di considerazioni interessanti, ma niente affatto facile da applicare secondo me. Col secondo invece non so, mi è parso proprio inutile. Che ne pensi del viaggio dell’eroe spiegato da Vogler? Mi avevi accennato qualcosa di non proprio positivo anni fa. 😉

    Eh sì duca sono quel Carlo del “corso” di un paio di anni fa, guarda il mio indirizzo mail. 😀
    Ti ringrazio di nuovo per lo sconto e per tutte le ore passate assieme con quel mio romanzetto fantasy tremendo. E’ stato durissimo per me accettare quanto era brutto e buttare via una roba che mi stava facendo affondare con lui da anni. E’ stata un liberazione.
    Dopo che hai aperto questa casa editrice mi sono fiondato a leggere e invidio parecchio gli autori che hai portato. Non sempre sono le storie che vorrei leggere – a quando un fantasy nuovo? – però sono sempre fatte come le vorrei leggere.

    • Nicholas on 08/01/2016 at 10:25
    • Reply

    Ho letto l’articolo e i commenti (i commenti del Duca sono articoli di loro), sono qui solo per dire a Menconi che il suo primo libro mi era piaciuto e il suo secondo anche di più.
    Aggiungerei che mi piacerebbe conoscere i libri preferiti degli autori, dopotutto se i loro racconti mi piacciono immagino avremo gusti simili e magari si scopre qualche titolo interessante.

  9. @Nicholas
    Ottima idea. Devo ragionare su come pensarlo, se usare solo la lista di libri preferiti per le nuove schede di bio/bibliografia degli autori da mettere sul sito o se creare anche un articolo dedicato, e nel caso se fare solo una lista o se chiedere perché sono piaciuti (e vedere come dividere la cosa in uno o più articoli se viene lunga).

  10. @CarloL
    Allora, su Vogler ricordi giusto. Non mi faceva impazzire, ma i motivi sono anche altri oltre a quelli che credo di averti accennato anni fa. All’epoca era solo l’eccessiva genericità e mancanza di spendibilità pratica del cosiddetto Viaggio dell’Eroe come lo spiegava lui, e di sicuro ti avevo consigliato il libro alternativo di Frey The Key: How to Write Damn Good Fiction Using the Power of Myth. Sempre con tutti i distinguo del caso sull’effettiva utilità della cosa, però Frey dava una definizione “religiosa” dello scopo dell’opera narrativa che avevo trovato illuminante. I due libri migliori di Frey, secondo me, rimangono i volumi 1 e 2 di How to Write a Damn Good Novel.

    Proseguendo con studi più rivolti alla drammaturgia e alla creazione di storie, la debolezza del metodo insegnato da Vogler è divenuto ancora più evidente. Ridicolo rispetto agli approcci tradizionali di Egri o di altri pezzi grossi colossali del XX secolo. Per esempio, leggendo il manuale della Marks, ti imbatterai in un uso e in un significato molto diverso della cosiddetta “esperienza di morte” e potrai notare come l’approccio consigliato da Vogler tende a produrre opere in cui il secondo e il terzo atto sono privi di un reale stacco concettuale e diventano una mera e vuota ricerca dell’escalation e della suspense. La Marks invece distingue il “midpoint” che si pone a metà del secondo atto dall’esperienza di morte che fa nascere il terzo atto. Distinzione vitale che, per esempio, nel film Avengers 2 non c’è (ti invito a notare però la presenza del “momento di grazia”, nella casa in campagna, elemento facoltativo che spesso nelle opere di Vaporteppa manca).

    Capirai meglio dopo aver letto la Marks, sono cose parecchio complicate da spiegare così in poche righe senza correre rischi di fraintendimenti. Tornerò comunque in futuro sulla questione.

    Non sempre sono le storie che vorrei leggere – a quando un fantasy nuovo? – però sono sempre fatte come le vorrei leggere.

    Sto spingendo sui Fantasy (science-fantasy, più che altro), non ti preoccupare: non posso garantire nulla, ma sto tentando il possibile per averne il più possibile. ^^

    Ciao e grazie per l’apprezzamento!

  11. “Da questo punto di vista mi sento di sconsigliarlo a chi (finge?) di avere problemi con i miei toni, già molto morbidi e molto possibilisti…”

    Buono a sapersi. Ah, almeno da parte mia non c’è alcuna finzione. Il discorso è semplice: non noto diretta proporzionalità tra il tuo studio (certo superiore al mio, non lo nego, anche perché io non ho scelto di svolgere il mestiere di editor) e i risultati di Vaporteppa, almeno per quello che ho letto finora (un romanzo e tre racconti). Non ho provato alcuna emozione e spesso mi sono annoiato, per una serie di ragioni. Il mio profilo: lettore da trenta-quaranta romanzi l’anno (fantasy, realismo magico, classici…e ultimamente sto apprezzando Mellick), numerosi manuali di scrittura ben digeriti (sicuramente ne ho letti meno di te, ma non mi sono certo “grattato”). Ho avuto una vita molto movimentata: esperienze molto intense, insolite, di tutti i generi, e ho viaggiato molto. Ho 36 anni. A questo punto le possibilità sono due:
    1) Le opere di Vaporteppa sono oggettivamente valide, ma io non sono un lettore abbastanza esperto da emozionarsi, divertirsi etc, con le opere di Vaporteppa. Il che entra in palese contrasto con l’accoppiata narrativa-retorica da te promossa. Non bisogna essere lettori “bravi” per poter apprezzare un’opera letteraria, anche se forse il lettore medio di Twilight potrebbe (inizialmente, prima di essere “educato” a leggere opere di qualità) mostrare qualche difetto di giudizio (non è comunque il mio caso). Ah,stesso effetto mi hanno fatto i romanzi di Gamberetta. Opinone condivisa da altri lettori “forti” di mia conoscenza.
    2) Ci sono problemi oggettivi nelle opere su cui hai lavorato (che non mancherò di farti notare), per cui mi domando: ma allora tutto questo immenso studio del Duca a cosa è servito? Magari il Duca ha studiato bene, ma ha applicato male. O magari non è adatto a fare l’editor, a causa del suo carattere o vattelappesca.

    Potrebbe essere semplice questione di gusti? No. Anche se non amo particolarmente lo steampunk, ritengo di saper distinguere un’opera valida da una modesta.

    P.S.: Toni morbidi e possibilisti? http://www.steamfantasy.it/blog/2015/03/29/gli-handicappati-della-letteratura/

  12. @Ego
    Sei libero di credere quello che vuoi, grazie al cielo! ^^
    Curioso il tuo confondere una discussione in cui accenno ai toni dell mio approccio nella teoria con gli autori (in modi molto morbidi e possibilisti), con uno in cui si parla di altri fatti legati ad altri concetti che, ahimé, dimostri di non conoscere.

    D’altronde che tu non abbia fatto il mio corso è noto a entrambi, per cui non fingiamo che tu sappia davvero di cosa parli quando discuti come funziona la teoria che insegno.
    Qualcuno direbbe che quando decine di persone che hanno fatto il corso dicono l’opposto di ciò che tu dici e solo tu dici questo, forse un dubbio dovrebbe venirti… ma che importa? Sei libero di non badare a simili inezie. Nemmeno al parere molto diverso di tanti lettori. ^_^

    Non insinuerò alcuna malafede in ciò, seppure molti potrebbero sospettarla… e se anche fosse, sei libero di essere in malafede. E sei libero di non conoscere e io sono felice della tua libertà che nessuno intende negarti.

    E sei libero di ritenerti così sicuro nelle tue certezze, mentre accusi gli altri di cose che sono vere solo nella tua visione del mondo. Amo la tua libertà e sono felice che ne puoi godere. Trovo solo bizzarro che di fronte a individui così miserabili e scarsi d’intelletto come noi, tu ancora perda tempo. Forse dovresti farti delle domande, di sicuro molti si stanno già dando chiare risposte.

    Vai, il mondo è vasto e attende solo te. Lasciati alle spalle i poveri stolti come noi che, da miserabili quali siamo, continueremo con profitto e felicità di tutti a discutere di cose tanto stupide e che tanto ti irritano. Tu non sei costretto ad ascoltarci, e noi non siamo tenuti a smettere. ^_^

    Un sorriso e un abbraccio sinceri, senza ironia.

  13. @Nicholas

    Ho letto l’articolo e i commenti (i commenti del Duca sono articoli di loro), sono qui solo per dire a Menconi che il suo primo libro mi era piaciuto e il suo secondo anche di più.

    Ti ringrazio moltissimo, mi fa molto piacere sentirlo. Sono i miei primi romanzi, tra l’altro di fantascienza, un genere che inizialmente non avrei mai pensato di scrivere, e devo con umiltà ammettere che non ce l’avrei fatta senza l’aiuto di Marco.

    Spero che un giorno Marco possa fare un articolo sull’editing abbastanza dettagliato, per far vedere il lavoro che c’è stato dietro ad entrambi i libri dopo la stesura, perché è stato veramente tanto, tante ore.

    A presto e grazie ancora delle tue parole di incoraggiamento.

    ___________________________________________

    @Ego

    Non so da dove nasca tutto l’astio che hai, o forse lo so e non lo voglio dire. Magari si tratta di una terza possibilità non menzionata nel tuo elenco.

    Comunque, per rimanere in tema con l’articolo e con i libri citati, e quindi per non divagare, secondo me sei nella fase che Dara Marks chiama “Spinta verso il punto di rottura“, appena dopo il Risveglio che consegue al primo Turning Point.

    Quando ero io in quella fase – molto brutta – ho perlomeno evitato di fare crociate contro chi aveva causato l’Incidente Scatenante, giusto per evitare che nel caso di una Risoluzione non Tragica del mio Arco di Trasformazione, non finissi col non potermi rivolgere a chi se ne intende davvero. Sono stato una volpe.

    A parte l’adattamento comico alle teorie della Marks, quello che scrivi, come lo scrivi, e la foga che ci metti nello scriverlo, ha proprio il sapore di chi avrebbe voluto essere al posto di quelli che critica. Sembra poi che tu stia cercando la nostra approvazione nel dirci che sbagliamo.

    Il discorso è semplice: non noto diretta proporzionalità tra il tuo studio (certo superiore al mio, non lo nego, anche perché io non ho scelto di svolgere il mestiere di editor) e i risultati di Vaporteppa, almeno per quello che ho letto finora (un romanzo e tre racconti). Non ho provato alcuna emozione e spesso mi sono annoiato, per una serie di ragioni. Il mio profilo: lettore da trenta-quaranta romanzi l’anno (fantasy, realismo magico, classici…e ultimamente sto apprezzando Mellick), numerosi manuali di scrittura ben digeriti (sicuramente ne ho letti meno di te, ma non mi sono certo “grattato”). Ho avuto una vita molto movimentata: esperienze molto intense, insolite, di tutti i generi, e ho viaggiato molto. Ho 36 anni.

    Questo blocco di testo – e ti ho evidenziato le parti maggiormente incriminanti – tradotto e ridotto ai minimi termini significa: compatitemi.

    Non gliene frega a nessuno chi sei, cosa hai fatto e soprattutto gli anni che hai, perché senti la necessità di dirci queste cose? Di ribadirle, di puntualizzarle?

    La lettura di questa risposta potrebbe essere il tuo Midpoint. Usalo bene.

    Se hai piacere di parlare di narrativa con me, a me piacerebbe molto farlo, e ti giuro che non è ironia, sono disponibile. Ho ancora molto da imparare e mi piace ascoltare tutte le campane e confrontarmi. La mia email la trovi sul mio sito.

    Quello che sta facendo il Duca è studiare narrativa, non inventarla. La differenza è enorme. Ci sono alcune cose che a me non piacciono dei suoi metodi, e arrivo a dirti che probabilmente la sua attenzione ai dettagli è eccessiva in alcune circostanze, ma non so se ti sei guardato intorno (in Italia) e ti sei accorto di come è messa l’editoria. Io l’ho fatto, ho anche avuto brutte esperienze anni fa. Vedere quello che fa Vaporteppa per me (e gratuitamente), mi toglie ogni dubbio.

    Ho una fonte inesauribile di informazioni su come scrivere un romanzo – Marco Carrara – a mio portata di mano e senza dover sganciare un centesimo. E la sfrutto, il più possibile.

    Concludo dicendoti che la mia offerta di inviarti i miei libri gratuitamente per una recensione è sempre valida e ribadisco che avrei davvero piacere ad avere una lunga discussione con te, ma non qui.

    Qui si parla di come trovare le idee per scrivere, non si fanno battaglie su chi ha ragione.

    A presto.

    • Michele on 09/01/2016 at 10:27
    • Reply

    Se posso dire la mia a me le opere italiane proposte da vaporteppa sono piaciute, ho apprezzato molto Abaddon, ma ho un fetish per gli alieni quindi sono molto di manica larga con romanzi del genere.
    Comunque io non ho letto nessun manuale di scrittura quindi non me la sento di giudicare lo stile o altro, però avendo letto molti libri almeno la differenza tra una porcheria immonda e un libro scritto in maniera decente la vedo e fino a ora i libri che ho letto di questa collana li ho trovati ben fatti.
    Ripeto con tutte le limitazioni del caso.

    • Mad.Roby on 09/01/2016 at 11:52
    • Reply

    PREMESSA,
    questo sito ha pochi articoli, pochi commenti. Questa è una brutta cosa però non è una cosa bruttissima se considero che ogni articoli e ogni commento su vaporteppa vale cento volte il tempo per leggerlo!

    Questa mattina entro sul sito e vedo così tanti commenti e wooow!!! poi leggo che metà sono di questo tizio che piagnucola per l’attenzione come in un manga yaoi da due spiccioli: duca-sempai, duca-sempai, guardami! Oh duca-sempai!

    NO. NO! NO!

    Non negare, ho visitato il tuo sito!
    Passi il tempo a implorare l’attenzione del duca con un mix di insulti viscidi e di complimenti che suonano falsi come banconote da tre euro! Hai provato pure a attirare il signor Mozzi che ti ha scritto un commento di un sardonico fenomenale! E vogliamo discutere della bieca polemica in cerca di attenzioni sul sito di PennaBlu fino a farti cacciare, vogliamo parlarne,tesorino bello? Non dico del tuo articolo ché sul tuo blogghino tristezza puoi dire quello che vuoi libero come l’aria nelle fogne, parlo dei commenti lasciati su PennaBlu. Lapoteosi della miseria l’ho letto nei commenti al tuo post contro PennaBlu e conferma al 1000×1000 l’invidia da rosikone squallido che dimostri:

    Criticare non serve dici? Il Duca, a suon di critiche (ben più pesanti delle mie), è finito a gestire una collana per la casa editrice in cui tu lavori

    Lo hai scritto qui http://www.schifologia.com/2015/12/cinque-tipici-commenti-da-lit-blog.html?showComment=1451740502690#c6219699589175947617 parlando con questa Amanda, che non ho mezza idea di chi sia.
    Vogliamo parlarne? Vogliamo? Davvero pensi che il Duca sia arrivato a gestire un progetto così innovativo e particolare coprendosi di miseria e divenendo motivo di compassione come fai tu? Io ricordo qualcosa di diverso tipo articoli tecnici di ogni tipo più approfonditi di quelli dei libri in vendita, conferenze su Ebook e sulla narrativa, trasmissioni radio sulla narrativa in programma dedicati ai libri. Di gente come la Lipperini contro cui si è scornato quando tanti stavano zitti sulle menzogne del caso Lara Manni!
    Veramente non sai niente di niente di niente o sei fuori come una grondaia?

    Ego,
    ti piacciono le liste numerate? Eccone una da parte mia, la nomino ‘Studio qualcosa e capisco il contrario degli altri, cosa è successo?’
    1. evidentemente la teoria è sbagliata e falsa.
    2. evidentemente tutti gli altri che hanno capito allo stesso modo hanno torto e sono stupidi ovvero quasi chiunque altro.
    3. ho capito male e mi vergogno a sentirmi stupido per questo per cui non lo ammetto.
    4. complotto illuminati nuovo ordine gamberettesco banche!
    Indovina la risposta col rasoio di Occam?

    Vuoi il bis? Tieni, ‘Leggo un libro che non mi piace, ma a quasi tutti i lettori piace e chi dice di aver studiato la scrittura dice che è oggettivamente ben fatto’
    1. evidentemente il fatto che non mi piaccia dimostra che la teoria è sbagliata, perché nn sono gusti ed è oggettivo che non mi piaccia! che importa se piace a tanti altri!
    2. fingo che a molti non piaccia così non devo dire che tipo non è piaciuto solo a me e a pochissimi altri mentre i commenti positivi si sprecano.
    3. ho gusti un pochino di merda e deal with it.
    Indovina cosa ti consiglia Occam-sempai? hai diritto a due risposte su tre!

    Visto che ti piace tanto sbandierare informazioni personali non richieste e delle quali nulla frega a nessuno, eccoti la mia quota con tanto di lista cme piace a te,
    1. ho 20 anni, in tanti paesi al mondo potresti essere mio padre ma visto come usi i neuroni mi bacio i gomiti che non ho dei geni in comune con te! però vorrei quelli di Menconi.
    2. anche io scrivo, anche io studio, e il tuo blog mi ha fatto molto ridere ma per i motivi sbagliati. Accendi il neurone solitario e cogli qualche conseguenza.
    3. il duca mi ha rifiutato il romanzo inviato, con tono gentile ma con una lista di motivazioni così gravi che mi sono sentita morire e l’ho odiato eppure non ho aperto un blog per insultarlo. però mi ha aiutato nella email dicendomi dove sbagliavo ed è questo che mi ha fatto davvero male, arrivarci da sola che era vero tutto! studierò, ritenterò e magari andrà meglio, come fanno gli adulti. Cresci che hai 36 anni tesoro!

    x Giuseppe
    Hai scritto il commento che vorrei aver scritto io parola per parola! E senza incazzarti! Chapeau!

    Adesso si può riprendere a parlare di cose serie o si continua con il gruppo di sostegno di questo tizio con un desiderio malsano di attenzioni dal suo amore segreto? Non potrebbe consumare le sue tristi pulsioni erotiche nel privato della sua cameretta virtuale?

  14. Ok, stop, qui c’è bisogno di un piccolo intervento.

    @Giuseppe
    grazie per il post, molto esauriente.

    @Michele
    grazie per il supporto, sei tutt’altro che solo: quelli che non ci sono mancati sono proprio i lettori soddisfatti. Il problema è più i lettori in totale… soprattutto sulle opere di Carlton Mellick III, che piacciono a Ego, ma che hanno un riscontro di critiche positive minore delle italiane per numero ed entusiasmo, e forse Ego farebbe bene a farsi qualche esamino di coscienza sul concetto di “gusti”. Non so, magari un giorno capirà anche come tutto si leghi all’ethos: ai miei autori lo insegno di base, non si può capire nulla davvero bene senza capire quello. E non parlo solo di narrativa, si parla di vita.

    @Roby
    Sei stata molto pungente, ma non approvo questi toni in questo sito. Se hai visto non uso toni nemmeno vagamente vicini. Hai ragione e fai bene ad arrabbiarti, ma ti chiedo se vuoi continuare a commentare di pensarci 10 minuti prima di lanciarti contro un altro lettore così… e se ancora vuoi farlo, pensarci 1 ora… e se ancora vuoi farlo, fidarti di me e non postare comunque il commento. Ok?
    A parte questo, tu sei tsundere (usiamo i termini giappi che ti piacciono tanto) per davvero allora. Pensavo fosse una cosa estemporanea la risposta che mi hai mandato al rifiuto. XD Almeno è bello sapere che ora va meglio e che ti sono stato d’aiuto!

    @Ego
    Come vedi, e come ho constatato in modo molto chiaro, non sono l’unico a dubitare dell’onestà delle tue intenzioni.

    Una discussione può avere luogo solo in un clima di buona fede. In più, sinceramente, hai 4 anni più di me: o ho letto io Schopenhauer prima di te o lo hai letto tu prima di me, ma in ambo i casi non offendiamo la tua augusta intelligenza (o il mio misero cervellino di cretinetto delle regolette) fingendo di non capire i trucchi, così malcelati che già ti hanno smascherato già in tanti, della più mesta dialettica eristica.

    Hai dimostrato in più commenti di non essere interessato a quanto discutiamo. Gli altri però lo sono. Hai avuto le tue occasioni, ma questo sito è per tutti, non è il tuo personale campo giochi. Questo è il sito di una collana, mettitelo in testa.
    Hai un blog: insultami lì, fai quel che vuoi lì, non mi riguarda e non mi interessa, sono un adulto e le meccaniche degli asili non le capivo nemmeno quando ci andavo io all’asilo. Probabilmente perché sono un povero idiota, come suggerisci in modo piuttosto chiaro con le tue allusioni su quanto non capisco niente, non so fare niente, dirigo una collana a colpi di vaffanculo random e roba così.

    Non sei benvenuto per i nostri lettori e mancano i prerequisiti di rispetto reale, non le untuose dichiarazioni di sospetta ammirazione, per condurre gli stessi proficui scambi di vedute che avvengono con gli altri, per cui sei escluso dai commenti di questo sito. Hai avuto le tue occasioni e le hai sprecate, risparmiami i piagnucolii. Grazie.

    Da me avrai sempre un sorriso e un abbraccio: penso proprio che il calore umano sia ciò che vuoi, non parlare di narrativa. Fatti un esame di coscienza, ma per favore non dirmi il risultato, non mi interessa! XD Ciao e ti auguro ogni bene.

    • Maferris on 09/01/2016 at 15:57
    • Reply

    Abbiamo finito con la poracciata di quel tizio? Si riprende a poter discutere? Ecco le mie due

    A- Duca cosa intendi con significato religioso?

    B- Giuseppe come scrivi? Impieghi software particolari o comuni word et similia? Le annotazioni su trama, appunti vari, ti viene più facili fissarli nella memoria se li hai scritti a mano su carta oppure riesci a cavarsela col solo digitale? Io senza carta su certe cose perdo il senso che siano reali, li scordo.

  15. Comincio io.
    Sarebbe “scopo religioso”, più che altro. Sappiamo che la narrativa deve essere verosimile, ma non deve imitare e basta la vita, giusto? Non parlo di narrativa fantastica, è un principio generale. Come mai non deve imitarla? Qui ci torna comodo una battuta straordinaria del Macbeth, opera che adoro e che fa capolino più volte nel mio corso:

    La vita non è che un’ombra che cammina; un povero commediante che si pavoneggia e si agita sulla scena del mondo, per la sua ora, e poi non se ne parla più; una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, che non significa nulla

    Grassetto mio.
    Gli episodi della vita spesso non hanno alcuna eleganza narativa. Non hanno un vero inizio, svolgimento e fine. Più spesso hanno un inizio nascosto nel passato, un svolgimento a singulto e poco comprensibile e un finale a metà che si completerà forse chissà quando. Una premessa e un tema che diano un senso complessivo alla storia? Nessuna e assieme molte, un guazzabuglio confuso e contraddittorio.

    Cosa insegna spesso? Che fare bene o male non importa, che alla fine il culo è sufficiente e molte altre cose poco edificanti e che in nulla stimolano al miglioramento individuale o diano il senso che con la fatica si possa conquistare qualcosa.

    La narrativa invece, fin dal tempo del teatro dei greci (col loro destino protagonista contro cui nulla si può) e forse ancora prima risalendo alle leggende e alle storie dei primitivi, fornisce costruzioni più eleganti della vita stessa e spesso con un messaggio positivo sull’impegno o perlomeno sul ruolo individuale (anche quando lotta fino ad annientarsi contro il destino).

    Immagina come le storie potrebbero essere nate. Cacciatori nelle grotte, fanno disegni di bestie, forse colpiscono i disegni per darsi la carica, si pavoneggiano, raccontano storie gonfiate “da pescatore” di bestie feroci e coraggio ecc.
    Immagina altre tribù in cui invece non si raccontano storie. In cui l’atteggiamento è “inutile alzarsi e fare qualcosa, niente è influente, niente cambierà in meglio”. Quali società può sopravvivere più facilmente, quella che crede in un mucchio di storielle fesse che però li sprona a impegnarsi, migliorare, cacciare ecc. o quella dei tizi apatici che si lasciano morire perché tanto è uguale?

    La diffusione delle storie e di un certo modo di raccontarle uguale in tutto il mondo, il monomito individuato da Campbell (vedasi L’eroe dai mille volti), ci dicono chiaramente quale degli ipotetici gruppi umani ha trionfato riproducendosi di più. ^__^

    E così ancora oggi vogliamo che l’eroe positivo quando capisce il suo errore e si migliora, inizia a vincere. Non vogliamo storie in cui cambiare radicalmente, migliorare, sia completamente inutile. E vogliamo che nel finale raccolga i frutti del proprio miglioramento, non che venga sconfitto nonostante il suo enorme sforzo di cambiamento. Amiamo gli eroi tragici (Macbeth, Amleto ecc.) quando la loro incapacità di cambiare, di migliorare, li trascina nella sconfitta… un po’ perché se lo meritano e un po’, soprattutto, come monito che è chi non dà il massimo a fare una fine pessima, e per esclusione chi invece si impegna ha un lieto fine.

    Questo è un bisogno religioso nel senso che è legato alla visione del mondo, al desiderio di speranza, al bisogno che le cose abbiano un senso, non è un mero realismo. Il realismo puro e semplice, nell’immensa complessità della società, ci direbbe spesso che i cambiamenti del singolo sono stritolati nell’enormità di altre variabili che li circondano e divengono irrilevanti: la vittoria può giungere agli sciocchi e la sconfitta ai migliori.

    Se conosci la gerarchia dei bisogni umani di Maslow, un altro concetto molto importante nel mio insegnamento della narrativa, questo bisogno è quello “estetico/mistico”. Il bisogno che guida Giovanna d’Arco o Balla coi Lupi, per dirlo semplice, ma che ognuno di noi ha.

    Spiegato molto alla buona, spero si sia capito.
    Ciao e grazie per la domanda!

    • Emue on 09/01/2016 at 22:06
    • Reply

    Anche a me interessa molto la domanda B di Maferris. In generale mi interessano tutte le domande.
    Commento così mi arrivano le risposte via mail >.<

    In più chiedo anche un'altra cosa: i principi della Marks valgono per racconti? Se sì, fino a quanto brevi?
    Perché per ora riesco a scrivere solo racconti brevi o medi (dalle 4000 alle 15000 parole), e mi chiedo se tutte queste considerazioni sulla sceneggiatura valgano anche per quelli, o ci sono delle cose a parte da studiare. Per ora mi sto leggendo Creating Short Fiction di Damon Knight, mentre la Marks l'ho momentaneamente accantonata dopo le prime 60 pagine.

  16. Con gli autori nell’ultimo anno e mezzo abbiamo tentato di forzare il modello della Marks su dimensioni più basse possibili, ma la necessità di usare un numero naturale adeguato di scene e il diverso significato di ognuna che impedisce di mischiarle tropo (si può giusto fondere qualcosa nel primo atto) rende secondo me davvero davvero difficile puntare a meno di 25.000 parole.

    Già con 35.000 si sta stretti, ma ci si sta, come in Blestemat, ma con le 27.900 di Alieni Coprofagi abbiamo dovuto accettare dei piccoli compromessi (ovvero: per fare meglio tutto si sarebbe dovuto allungare ancora, ma avrebbe perso allora intensità drammatica sia secondo me che secondo l’autore creando una somma zero o forse leggermente negativa). L’ideale per non avere pensieri, secondo me, è 50.000 parole in su. Rischio minimo di compromessi.

    I racconti difatti hanno il punto di forza nella situazione, nella rivelazione, non tanto nello sviluppo drammatico in sé. Grande vanto nel ragionamento drammaturgico, per esempio, è prendere una storia piuttosto banale (Casa di bambola di Ibsen) e farne un capolavoro costruendo con la pura arte drammaturgica grandi cose partendo da ben poco. Col racconto è meglio avere invece ottimo materiale e basta, anzi, ragionare che dovrà bastare per compensare lo sviluppo insufficiente o l’arco di trasformazione così abbozzato da parere assente (o proprio assente).

  17. Giuseppe come scrivi? Impieghi software particolari o comuni word et similia? Le annotazioni su trama, appunti vari, ti viene più facili fissarli nella memoria se li hai scritti a mano su carta oppure riesci a cavarsela col solo digitale? Io senza carta su certe cose perdo il senso che siano reali, li scordo.

    Ciao Maferris, ciao Emue,

    uso Microsoft Word. Tempo fa usavo LibreOffice, ma Microsoft Word è un po’ più efficiente per tante piccole cose (e mi duole dirlo perché preferisco linux e l’opensource). Creo un dizionario per ogni libro, così le parole particolari dell’ambientazione sono riconosciute dal sistema e se le scrivo male mi vengono segnalate. Microsoft Word ha anche una gestione molto carina dei commenti. Tramite l’utilizzo del commenti posso indicare parti di testo a Marco e lui può fare la stessa cosa con me. È molto utile durante la fase di editing, direi quasi indispensabile.

    Solitamente, per ogni libro, ho un file di word che chiamo Ambientazione & POV dove scrivo i dettagli dell’ambientazione, l’arco di trasformazione, i dettagli delle scene e ogni altro appunto.

    I dettagli che mi vengono in mente li scrivo su carta, anche perché non sono sempre a portata del computer, oppure mi è capitato, mentre ero ad esempio al lavoro, che mi venissero in mente dei dettagli carini; non avevo carta e penna a portata di mano, e allora mi sono inviato una email dal cellulare con i dettagli che non volevo dimenticarmi (la giornata di lavoro era ancora lunga).

    Ad ogni modo, sia che li abbia scritti su carta, me li sia mandati via email, o li abbia memorizzati, appena posso li infilo dentro il file Ambientazione & POV, così sono sicuro di non perderli.

    Con Abaddon, in particolare, c’è stato un periodo in cui mi venivano in mente le cose appena mi infilavo sotto le coperte. Tutte le volte mi alzavo per segnarmi subito la cosa al computer, ma poi ho iniziato a tenere un taccuino sul comodino in cui appuntavo a mano i dettagli per poi riscriverli sul computer.

    Per concludere, ogni mezzo è buono per “non dimenticarmi quello che mi viene in mente”, ma appena posso metto tutto su un unico file digitale al sicuro nel cloud.

    Spero di esservi stato utile.
    A presto.

    • Nicholas on 11/01/2016 at 15:49
    • Reply

    Si, spero anche io che il Duca scriva qualche articolo su come ha editato alcune opere (o esempi di alcuni passaggi editati), avevo letto un articolo simile su un blog e mi era piaciuto molto.
    Immagino che sia un lavorone sia per l’autore che per l’editor e, alemno per me, è una cosa interessante da conoscere.

    • Gwenelan on 11/01/2016 at 20:46
    • Reply

    Ultimamente ho recuperato alcuni libri di Vaporteppa, compreso il primo di Menconi, Abaddon, che mi è piaciuto parecchio (nonostante odiassi il protagonista, ad un certo punto speravo morisse! Sorry.).
    Tutte le domande che volevo fare sono state fatte XD. Ne aggiungo una più generica. Vedo che tutti i romanzi italiani pubblicati al momento da Vaporteppa comprendono un solo protagonista e quindi un solo arco di trasformazione (non ho ancora letto il nuovo di Menconi e Alieni Coprofagi). Come ci si regola quando i protagonisti sono più d’uno? Si usa un altro modello o si impazzisce nel cercare di far combaciare tutti gli archi fra loro? Non ho ancora avuto modo di leggere il libro della Marks, per cui mi scuso se la risposta si trova lì, mi procurerò il libro.

    Ringrazio anche per la lista di titoli per lo studio: alcuni il Duca li aveva già nominati in un’intervista di tempo fa, se non erro, e infatti erano già nella mia lista dei “comprerò/mi procurerò”.

    L’articolo sulla “premise” mi interesserebbe molto, è un concetto che trovo difficile da capire (e quando credo di averlo capito… poi mi confondo di nuovo :/).

  18. Ciao!
    Quando ci sono diversi personaggi bisogna ragionare su quanti di loro sono protagoniste di storie vere e proprie e quanti sono solo alleati o antagonisti di storie di altri. Magari anche questi ultimi potrebbero avere capitoli col loro punto di vista, ma per eleganza è preferibile ragionare in termini di punto di vista solo per il protagonista di ogni storia.

    Magari all’inizio sembra di avere 8 personaggi con 8 storie, e si stima di volerle raccontare usando 25-35mila parole l’una… con più riflessione magari si scopre che i personaggi veri sono 3 o 4 e gli altri sono alleati/antagonisti non degni di una loro storia narrata nello specifico, e così invece di 240.000 parole (un mattone di 700 pagine) ne bastano 90-120mila (un libro di 300 pagine).

    Si può applicare l’arco di trasformazione a ogni personaggio e costruire le loro storie in parallelo, alternando i capitoli (in modo irregolare, non per forza 1-2-3-1-2-3-1-2-3, eh!) e cercando di dare un senso all’ordine con cui i diversi momenti (momento in cui scopriamo il fatal flaw di un personaggio, midpoint, esperienza di morte ecc.) arrivano al lettore.
    Anche ragionando sul modo in cui gli eventi si rapportano tra loro. Qualcuno nella sua storia è antagonista di qualcun altro? Quando uno perde, cosa significa per l’altro a livello drammaturgico? Pensiamo a Lettere da Iwo Jima, due film sui due lati di uno scontro.

    Con i miei autori faccio una lezione speciale su storie corali e storie seriali, con esempi. Includono un modello misto corale-seriale di mia ideazione che ritengo possa soddisfare i bisogni di chi sogna grandi saghe d’ambientazione e chi vuole singoli romanzi conclusi.
    Non so se ne parlerò in un articolo, sono contenuti speciali per gli autori di Vaporteppa e per chi fa il mio corso… e sono anche concetti molto meno utili di altri! 🙂

    • Gwenelan on 12/01/2016 at 03:42
    • Reply

    Magari all’inizio sembra di avere 8 personaggi con 8 storie, e si stima di volerle raccontare usando 25-35mila parole l’una… con più riflessione magari si scopre che i personaggi veri sono 3 o 4 e gli altri sono alleati/antagonisti non degni di una loro storia narrata nello specifico, e così invece di 240.000 parole (un mattone di 700 pagine) ne bastano 90-120mila (un libro di 300 pagine).

    Lo sapevo che la risposta avrebbe incluso questo XD!
    Più che a grandi saghe di millemila tomi, mi riferivo a romanzi “normali” (sulle 300 pagine, appunto) e auto-conclusivi in cui sono presenti 2+ personaggi principali, ognuno con il suo arco. Grazie della risposta :)!

  19. Un buon modo per capire quali personaggi sono adatti con le loro storie a stare assieme, e quindi quali scartare, è usare proprio il tema e la conseguente premessa come unificatori delle vicende. Poi vedremo come fare nell’articolo sulla premessa.

    • Gwenelan on 12/01/2016 at 21:33
    • Reply

    Ecco, stavo proprio per fare la domanda alla quale ha appena risposto ^^.

    • Gwenelan on 27/01/2016 at 20:22
    • Reply

    Chiedo qua perché ne parlavamo in questo post.
    Ho acquistato il libro della Marks, in italiano per vari motivi (scema io, lo so). A parte la presenza di numerosissimi refusi (…), ma ho notato che al capitolo 5, sul fatal flaw, sono presenti solo gli esempi de All’inseguimento della Pietra Verde e di Arma Letale. E’ giusto così, o si sono mangiati le pagine con l’analisi di Ordinary People?

  20. Manca anche nel mio e dai numeri delle pagine pare ci sia tutto ciò che volevano stampare… non ho quella inglese, con i miei autori abbiamo sempre usato quelle italiane, anche per sostenere Audino Editore.

    Comunque non è una mancanza troppo grave, tanto dopo riprende sempre tutti i discorsi sui 3 film principali e vedi bene qual è il problema del protagonista di Gente Comune. 😉

    • Gwenelan on 28/01/2016 at 07:10
    • Reply

    Grazie della risposta :). Sì, avevo fatto lo stesso ragionamento (non è una mancanza grave, si capisce tutto lo stesso), ma il pensiero mi crea un po’ fastidio. Danke!

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