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Giu 16

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Caligo: Mech, Droghe e Scafandri

Questo articolo è tratto dalle “Note dell’Editore” in coda al romanzo Caligo. Si può leggere senza aver letto il romanzo, non contiene spoiler. Si parla di un termine apparentemente anacronicistico (Mech), del design dello scafandro Breda che appare anche in copertina, della storicità dell’approccio disinvolto all’uso di droghe (laudano, cocaina ed eroina) e dei molti riferimenti alla cultura popolare presenti nell’opera.

Buona lettura!


Motoruota Cislaghi, del 1923. Sì, per un po' di anni sono esistite davvero, anche in Italia.

Motoruota Cislaghi, del 1923. Sì, per un po’ di anni sono esistite davvero, anche in Italia.

Qualcuno potrebbe aver storto la bocca di fronte alla parola “mech” quando appare nel diario, nel primo capitolo, collegandola ai robottoni dei manga e attribuendogli un’origine prettamente giapponese e quindi poco consona all’Europa del 1905. D’altronde, proseguendo la lettura, nulla nel romanzo fa pensare che il Giappone possa aver avuto in anticipo quell’influenza che da noi ha avuto solo negli ultimi decenni.

È vero che la parola mech è tornata in occidente facendo un giro bizzarro, ma come vedremo NON è nata in Giappone. La parola “mecha” (o meglio “meka”) da cui poi è venuto mech, è un’abbreviazione giapponese della parola inglese “mechanical”.
Fin qui sembrerebbe che l’abbreviazione mech (in realtà mecha) sia una creazione giapponese, giusto? Non proprio. Effettivamente, anzi, l’abbreviazione mech pare fosse diffusa nei paesi anglosassoni ben prima che l’animazione giapponese la riportasse in auge.

Si può facilmente verificare che nello slang di metà Novecento, sia in inglese britannico che in inglese statunitense, era usato mech per indicare il meccanico. Sì, la persona in carne e ossa. Nello slang britannico aveva anche un altro significato, in questo caso un po’ più vicino a quello giapponese: mech era l’ingranaggio di un bicicletta. Esempio tratto da Oxford Dictionaries:

The rear mech attaches onto the axle making for a super stiff and ‘out of the way’ setup with no hangers to snap off.

E in giapponese cosa significa mecha? Ecco, qui qualcuno potrebbe sorprendersi: indica i mech come li intendiamo noi e… le lavatrici, i computer, le automobili, perfino i fucili, in pratica tutto ciò che è meccanico! In realtà anche roba elettronica varia, visto che un’unità a stato solido (SSD) non ha il braccio meccanico e i dischi magnetici di un vecchio HDD.

Dettaglio dell'Oktopus, il mech tentacolare che appare in copertina

Dettaglio dell’Oktopus, il mech tentacolare che appare in copertina

Tornando al discorso di prima: i grossi veicoli bipedi o umanoidi da combattimento hanno componenti meccaniche e quindi sono mecha, ma non tutti i mecha sono robottoni da combattimento.
Siamo noi occidentali che abbiamo attribuito a mecha/mech quel significato privilegiato che i giapponesi non gli danno: loro usano “robot” (o, come la dicono loro: robotto) per indicare ciò che noi indichiamo con mech.
Noi avevamo bisogno di una parola per i grandi veicoli, di solito da combattimento e di solito dotati di gambe, di cui ci eravamo innamorati e che conoscevamo fin dai tempi dei tripodi descritti da H. G. Wells in La Guerra dei Mondi del 1897. E così ecco arrivare un nuovo significato per una vecchia sigla che già si adoperava.

Sapendo questo, per quale motivo se i mech fossero esistiti nel 1905 gli inglesi non avrebbero dovuto chiamarli così, contaminando poi l’italiano come già all’epoca avvenne con tante altre parole? Loro la sigla, loro l’originale abbinamento con questo nuovo concetto: il passaggio giapponese appare più come un bizzarro caso della storia che come una necessità linguistica.

L’uso della parola mech, per quanto possa essere interessante, non era però l’aspetto più curioso da notare, secondo me. Non quando abbiamo un criceto che si chiama Rommel, un tizio barbuto sul treno che ricorda moltissimo un certo esperto di economia (e aspirante politico) italiano che fu molto in voga nel 2012 e tante altre citazioni che vengono dalla cultura popolare e dal mondo dell’editoria italiana. Conoscerle non migliora di una virgola la lettura: spesso sono elementi in sé divertenti o bislacchi, senza bisogno di identificarli con ciò che li ha ispirati, però a chi fa il collegamento possono strappare una frazione di sorrisetto extra.

Troppo moderno potrebbe apparire l’uso disinvolto di droghe che viene fatto da Barbara Ann o addirittura il passaggio di un aereo che sponsorizza l’eroina (liberalizzazione totale?), ma qualsiasi lettore delle storie di Sherlock Holmes potrà confermare che non vi è nulla di strano.

Bayer_Heroin_bottle

Eccellente eroina Bayer, farmacologicamente pura.

Nell’Ottocento l’approccio alle droghe era molto diverso da quello attuale: l’alcool era visto come una droga pericolosa, le altre come cure (da cui poi a loro volta curarsi). Per esempio gli alcolizzati, che sono violenti e pericolosi, venivano curati dando loro da bere la morfina, e poi si passava a quella da iniettare… e per curare i peggiori drogati di morfina, si inventò l’eroina. La Bayer ne aveva il monopolio, avendola inventata, e per due dollari (la paga giornaliera di un operaio tipico negli USA) vendeva un set con siringa ipodermica in vetro e acciaio e due fiale perfettamente dosate di eroina purissima.

I famosi bottiglioni di panacee, di quelle che con un cucchiaio passa ogni acciacco, arrivavano ad essere al 50% in peso morfina. Anche Bismarck e Wagner si drogavano come cavalli, perché stando meglio potevano lavorare meglio: questo era un ragionamento molto diffuso tra capitani d’industria e politici che per scopi decisamente NON ricreativi, per puro dovere, usavano morfina e cocaina per lavorare di più e meglio.

Per approfondire l’argomento è disponibile in italiano un autentico classico nell’ambito della storiografia sulle droghe: Piccola storia delle droghe dall’antichità ai giorni nostri, di Antonio Escohotado (traduzione italiana a cura di Donzelli editore, 2008).

Ah, già, ecco una curiosità ulteriore degna di nota: lo scafandro Breda. Sicuramente molti, vedendolo in copertina o nella sua illustrazione dedicata, avranno fatto il collegamento con i Big Daddy di Bioshock. Leggendo ovviamente si può notare che è molto diverso, come idea: il nostro scafandro è solo una comune armature potenziata impiegabile (principalmente) come scafandro da immersione.

Scafandro potenziato, illustrazione tratta dal romanzo.

Scafandro potenziato, illustrazione tratta dal romanzo.

Graficamente ci siamo ispirati alle due fonti principali da cui venne il Big Daddy: il casco della Carmagnolle del 1882 e l’aspetto tozzo, con giunture meno ampie, della JIM Suit del 1971. Abbiamo fuso le due, dando anche agli arti inferiori, che nella JIM Suit hanno un aspetto plasticoso, una corazzatura più visibile e più simile alla Carmagnolle (il che ha anche il vantaggio di far somigliare meno la Breda al Big Daddy, nonostante le comuni fonti di ispirazione). Tocco aggiuntivo la luce in mezzo al petto, presa da un meraviglioso design del 1930 che sfortunatamente conobbe poco successo: la Tritonia di Peress. Potete trovare le foto di tutti questi modelli su Wikipedia, nella pagina dedicata alle atmospheric diving suit.

Come detto, però, la nostra Breda ha un motore a vapore e potenzia notevolmente la forza di chi la indossa, è un vero e proprio esoscheletro potenziato indossabile da chiunque! Il legame però non è così stretto con Fanteria dello Spazio di Robert Heinlein come potrebbe apparire, visto che l’agilità e la potenza di fuoco (i veri elementi distintivi di quelle armature) mancano del tutto: qui c’è giusto una sega e una pinza per sfruttarne la forza nei lavori in immersione!

Il collegamento è forse più storico che fantascientifico. Pochi sanno infatti che gli esoscheletri potenziati nacquero prima nella realtà (o meglio nei brevetti e nella satira dei giornali) che nella narrativa di fantascienza. Il primo brevetto risale al 1890, per un esoscheletro da abbinare alle gambe che facilitava il passo tramite una sacca di gas in pressione. Nel 1917 apparve il primo esoscheletro dotato di un motore a vapore collocato sulla schiena, capace di fornire lui l’energia per facilitare il passo.
Potrete trovare maggiori informazioni in questo articolo di Baionette Librarie.

E se non avete ancora letto Caligo, cosa aspettate?

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Dettagli sull'autore

Duca di Vaporteppa

Marco Carrara è nato in un secolo, vive in un altro e crede di vivere in un altro ancora. Dal 2006 si occupa in modo costante di narrativa fantastica e tecniche di scrittura. Dal 2008 si occupa di editoria digitale sul suo blog Baionette Librarie, di cui si è autonominato Duca. Nel gennaio 2012 ha avviato AgenziaDuca.it per trovare bravi autori e aiutarli a migliorare con corsi di scrittura mirati. Gli stessi corsi forniti gratuitamente agli autori di Vaporteppa.

Nel gennaio 2013 ha ideato il progetto editoriale divenuto Vaporteppa nell’ottobre successivo, con la decisione di Antonio Tombolini, A.D. di StreetLib, di adottare la collana. Ora è Duca sia di Baionette che di Vaporteppa, un po' come Macbeth che ottiene una seconda baronia all'inizio della sua vicenda.

Adora i conigli, gli scafandri da palombaro, i trattori e le fatine. Talvolta parla di sé in terza persona, come Silvio Berlusconi, i dittatori e i pazzi. Ops, l’ha appena fatto!

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1 comment

  1. puccirillo

    “Nell’Ottocento l’approccio alle droghe era molto diverso da quello attuale.”
    Vero.
    Perfino Papa Leone XIII rimase colpito dell’invenzione del chimico Angelo Mariani: “Il Vin Mariani”, il tonico a base di foglie di coca lasciate macerare in un litro di vino Bordeaux, che curava vari malanni. Ne fu talmente entusiasta che accettò di comparire nei manifesti che pubblicizzavano il prodotto.
    Quelli si che erano altri tempi, dove la Chiesa consigliava ai propri fedeli i prodotti giusti per vincere gli esaurimenti nervosi.
    Chissà se un giorno torneranno.

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