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Mar 27

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Il problema di chiamarla “Arte” e basta

Arte è una parola difficile. Molti non sanno cosa significhi, che l’Arte è intrinsecamente legata alla tecnica e al giudizio: è Arte se è giudicabile con criteri condivisi, quindi (volendo) costruibile per soddisfare questi criteri. La scoperta e l’applicazione delle tecniche per riuscirci sempre meglio fa parte del progresso dell’Arte e del suo apprendimento.
In pratica architettura e pittura sono Arte se siamo in grado di dire che è artisticamente migliore la Cappella Sistina rispetto a una capanna di paglia e fango dei Masai dipinta a manate con il guano dallo sciamano. Se qualsiasi cosa va bene e conta solo il gusto personale, non è Arte.

Wayne Clemens Booth (1921-2005), professore dell'Università di Chicago e critico di fama mondiale. Dal 1991 un premio all'eccellenza nell'insegnamento porta il suo nome.

Wayne Clemens Booth (1921-2005), professore dell’Università di Chicago e critico di fama mondiale. Dal 1991 un premio all’eccellenza nell’insegnamento porta il suo nome.

Questa è la base-base-base indispensabile per poter parlare di letteratura o di narrativa. Se non si accetta l’idea che si possa distinguere la capanna di fango dalla Cappella Sistina, è inutile parlare di letteratura: i gusti sono gusti, quindi non c’è niente di cui discutere perché qualsiasi cosa si dica di qualsiasi opera va sempre bene.
L’Arte è infatti Tecnica, come ci ricordano gli antichi greci che ce ne hanno dato il concetto con téchne: l’arte del saper fare concretamente un’attività manuale o intellettuale.

Per una spiegazione più dettagliata vi invito a leggere The Rhetoric of Fiction di Wayne C. Booth. Anche se dire di leggere The Rhetoric of Fiction, testo basilare del 1961 (seconda edizione del 1983), mi sembra sempre assurdo: ha ancora senso dichiarare di interessarsi alla letteratura se non si è letto il testo che ha definito gli ultimi 50 anni di comprensione della letteratura? Quello che per primo ne ha svelato l’essenza Retorica dissolvendo oltre un secolo di nebbia? O se perlomeno non si conosce nel dettaglio di cosa parla? Francamente no, è solo tirarsi pose per sembrare intellettuale o per scambiare vuote chiacchiere con altri poser. Se ancora non l’avete letto e capito, probabilmente la letteratura non vi interessa “davvero”.

Perché questo piccolo excursus sull’Arte?
Perché proprio da alcune frasi sull’Arte mi è venuta l’idea per questa riflessione. Mi riferisco a quanto detto da Ursula Le Guin, uno dei grandi nomi storici della fantascienza, nel suo apprezzabilissimo discorso tenuto in occasione dei National Book Awards nello scorso novembre. Un discorso a difesa dei libri, contro gli approfittatori che rovinano pilotando verso un grezzo appiattimento il mercato editoriale.
Prima di proseguire leggete il discorso per intero, se vi è possibile.

Ursula Le Guin, 19 novembre 2014, National Book Awards.

Ursula Le Guin, 19 novembre 2014, National Book Awards.

Proprio ora, abbiamo bisogno di scrittori che conoscano la differenza tra la produzione di un bene per il mercato e la pratica di un’arte. […]
I libri non sono solo dei beni: lo scopo dell’ottenere profitti è spesso in conflitto con gli obiettivi dell’arte. Viviamo nel sistema capitalista, il suo potere sembra insormontabile, ma un tempo appariva così anche il diritto divino dei re. Ogni potere umano può essere contrastato e cambiato dagli esseri umani. La resistenza e il cambiamento spesso iniziano nell’arte. Molto spesso nella nostra arte, quella delle parole.

Quello del termine “Arte” e basta, senza precisazioni, è un grosso problema: non esiste “Arte” così, generica, e questo lascia spazio a mille interpretazioni. Tanto per dirlo, sono 20 anni circa su internet, dalla prima diffusione minimamente importante del web negli USA, che il problema della parola “Arte” è parte di un vasto dibattito per l’abuso giustificazionista che ne fanno da una parte i Grossi Editori (gli Approfittatori di cui parla la Le Guin) e dall’altra autori poco consapevoli della narratologia che pensano, usando quella parola, di difendere concetti come “libertà” ecc.

Cosa intendiamo con Arte? Quale Arte?
Giudichiamo la narrativa secondo l’arte del fumetto? L’arte della pittura (in una delle sue specifiche arti interne)? L’arte del cinema muto anni ’20? L’arte è, per definizione, ciò che è giudicabile secondo un set di regole condivise: a quale set ci riferiamo se parliamo, per esempio, di narrativa?

In teoria, per chi ha studiato, il problema non si pone: è dal 1961, con l’uscita del saggio citato prima, che si conosce esattamente che tipo di Arte sia quella della narrativa. Arte Retorica, nella massima parte Retorica della Dissimulazione per essere più specifici. Escludo qui il problema dell’estetica e del linguaggio poetico (che ricade in una retorica diversa, un’arte poetica più che altro) a cui Aristotele ha dedicato specifici e frizzanti insulti nel suo terzo libro della Retorica, perché porta a pericolose trappole di cui gli “approfittatori” (cit. Le Guin) hanno abusato per sottomettere gli autori. Ma ci torniamo dopo.

Aristotele: "A quale mio brano si riferisce? Non mi va di attendere!" Platone: "C'è il collegamento da cliccare qua sopra. Vacci, no?"

Aristotele: “A quale mio brano si riferisce? Non mi va di attendere!”
Platone: “C’è il collegamento da cliccare qua sopra. Vacci, no?”

Vi invito a leggere questa breve introduzione alla questione retorica:
http://www.agenziaduca.it/principi-della-narrativa/

La questione è piuttosto semplice: se si dice “Arte Retorica” o “Retorica” abbiamo gli strumenti di analisi e giudizio. Sono gli strumenti della Retorica, un’Arte basata su regole condivise e che ormai, grazie alle neuroscienze e agli avanzamenti della psicologia (sociale, in particolare), con il loro enorme bagaglio di informazioni acquisite col metodo scientifico, si approssima sempre più alla Scienza (pur rimanendo nell’essenza Arte… un po’ come l’Arte Medica).

Con questi strumenti della Retorica possiamo prendere un testo che sospettiamo venda solo per la mole di spinta commerciale dietro e dire cosa non va, dove non funziona, perché è un romanzetto di scarso valore artistico (ovvero Retorico, in questo caso) che non meritava tutta questa spinta. O, al contrario, possiamo appurare nella struttura dell’opera punti di forza che ci fanno capire come mai sia stato scelto per la spinta tra tanti altri (o ritenuto adatto alla vendita in massa dall’autore a cui è stato commissionato) e consolarci che in fondo sì, su tante cose fa pena, ma non era proprio privo di carte in regola per il successo. Lo stesso discorso si può fare con certi film da botteghino.

Il problema è che troppi autori si sono rifugiati con stupidità nella parola Arte come contrapposizione a Commerciale, perché schiacciati da una meccanismo commerciale a cui non sapevano adeguarsi. Tra poco vi spiego il problema, ma primo apro una piccola parentesi da tecnico che forma autori e studia la narrativa da anni: onestamente basta un minimo di infarinatura di Retorica per scrivere “ciò che si vuole” (come argomenti, premessa sostenuta ecc.), in massima parte, producendo allo stesso tempo Arte degna di questo nome e che sia anche appetibile a livello di potenziale apprezzamento del pubblico. Chi si lamenta spesso non è davvero competente come dovrebbe e preferisce frignare invece di fare il proprio dovere a livello tecnico e di conseguenza qualitativo. :-)

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Ma cosa accadde ponendo la contrapposizione, tra Arte (in generale) e Commerciale? Così, senza precisazioni, come fecero con faciloneria stupidotta tanti autori?
Che si serve la vittoria Retorica ai Grossi Editori su un piatto d’argento: a loro è bastato rispondere, con malafede e affidandosi al “senso comune” della massa di pubblico (che raramente è “buon senso” quando è “comune”), che gli Editori sono attività commerciali e il loro scopo è il guadagno, quindi un’opera verrà giudicata e pubblicata in base alla sua capacità di portare ricavi, e che grazie a questi “soldi insanguinati” è possibile sostenere anche quelle opere artistiche che si sa benissimo venderanno troppo poco, andando in passivo lieve o perfino gravissimo. :-)

In più, aggiungevano e aggiungono gli Editori, nulla vieta a chi rimane escluso dalla scelta di quali Alte Opere di letteratura pubblicare, di pubblicarsele o scriverle da sole… o forse, ciò che rode agli autori, non è la presunta mancanza di libertà (chi vieta loro di scrivere? Nessuno), ma la difficoltà ad accedere ad anticipi di pubblicazione di 20-100mila dollari (il mercato USA era un mercato in cui gli anticipi per chi era dentro spesso erano grossi) con ogni singola opera progettata fregandosene della vendibilità?

Con simili argomentazioni a suo vantaggio, in cui l’Editore fa la figura di chi i soldi certe volte li regala pure a chi fa Arte, e che fa a malincuore (LOL!) opere Commerciali anche per avere quei soldi, dando per sottinteso che questo blaterare di “libertà artistica” alla fine sia un meschino discorso di soldi e di avidità di certi autori viziati, non ci vuole molto a vincere retoricamente l’approvazione delle masse contro gli autori.

Come gli scrittori vedono gli editori nei confronti del pubblico... ... e come certi scrittori appaiono al pubblico quando descritti dagli editori.

Come gli scrittori vedono gli editori nei confronti del pubblico…
… e come certi scrittori appaiono al pubblico quando descritti dagli editori.

Ma questo non è il solo problema dell’uso incosciente della parola Arte.
Perché si usa tanto spesso Arte senza dare un significato chiaro alla parola? Tra i vari motivi, inclusa l’ignoranza e la malafede, c’è anche quello che molta di questa presunta Arte è, giudicata come Arte Retorica, IMMONDIZIA, incluse tante opere di grandi autori di fantascienza (Clarke, per dirne uno), le cui storie sono piene di idee eccellenti per la Fantascienza, ma l’aspetto puramente narrativo di stile e struttura è deludente.

La questione della notoria pessima qualità della narrativa fantastica, Fantascienza e Fantasy, è stata affrontata molte volte in passato, anche da editor, critici (come Damon Knight) e autori importanti. Ci si nascondeva dietro la scusa che questi generi fossero “narrativa d’idee” per scrivere senza impegnarsi e senza studiare a fondo la Retorica della Dissimulazione.
Siamo proprio alle basi della storia della peculiare evoluzione della Fantascienza e del suo pubblico.

Chi non conosce la celebre lettera di Raymond Chandler al suo agente H.S. Swanson, in cui si stupì del livello indecente della Fantascienza per cui sempre più riviste ed editori pagavano all’epoca del boom? Un boom non molto diverso da quello vissuto dal Fantasy in questi anni.

Hai mai letto quella roba che chiamano Fantascienza? È uno spasso. È scritta in questo modo [segue esempio di brutta scrittura].
Davvero pagano per questa spazzatura?

Damon Knight, uno dei più grandi critici della Fantascienza, rimanendo a tema Auctoritas ed evocandone una ancora più grande della Le Guin stessa, decenni fa aveva durissime parole per le opere di Ray Bradbury, da alcuni considerato il più grande scrittore di fantascienza di tutti i tempi:

Il suo senso dell’umorismo non funziona su entrambe le sponde del salto generazionale; i suoi orrori hanno l’aspetto dei costumi di Halloween; il suo sentimentalismo dà la nausea; i suoi sermoni sono intrusivi e degni di una maestrina; è ignorante e indisciplinato. È un artista solo nel senso che non è un ingegnere idraulico.

Vi consiglio questo articolo in cui si parla di Damon Knight e del declino anche a livello di idee della Fantascienza, appena divenne un po’ di moda:
http://fantasy.gamberi.org/2011/03/17/cercando-il-meraviglioso-nei-posti-sbagliati/

Damon Knight

Damon Knight
(1922-2002)

Uno degli altri problemi della parola Arte non definitiva maggiormente è che gli Editori hanno cominciato a definire Arte, Alta Letteratura, porcate commerciali caratterizzate dall’uso di parole oscure a caso e/o da un tono radical-chic o finto intellettuale. Tanto, se l’Arte non è definita in modo preciso, chi può dire che non siano Arte?
Gli autori per primi, visto che le loro stesse opere sarebbero state distrutte se avessero affrontato il giudizio dell’Arte Retorica, ovviamente non portarono la questione su questo piano… eppure era l’unico con cui affrontare gli Editori sbattendo loro in faccia qualcosa come:

tommyRagazzi,
forse queste opere sono grande Arte della Dabbenaggine o Arte dell’Andatevene Affanculo, e se è così mi sta pure bene, ma se state parlando di narrativa e quindi li giudichiamo con l’Arte Retorica, sono MERDA senza appello. Punto.
Ritrovate un briciolo di dignità e tiriamo fuori roba che non faccia così schifo.

La situazione divenne così insostenibile, con questa mole di Falsa Alta Letteratura che era in realtà porcheria commerciale in salsa radical-chic, che già nel 2001 il merdone esplose di brutto con quello che divenne un articolo storico di denuncia della situazione: http://www.theatlantic.com/magazine/archive/2001/07/a-readers-manifesto/302270/

Quindi per quanto il discorso della Le Guin facendo le dovute precisazioni sia esatto, in generale però non lo è per colpa di quell’Arte messo così. Quella parola NON è amica degli Autori: il concetto vago di Arte è la migliore arma dei più biechi Approfittatori che hanno demolito con le opere commerciali più becere e mal scritte il mercato editoriale, invece di spingere e far vendere opere tecnicamente superiori.

Stephen King da molto tempo ha preferito rinunciare a quella parole e dire che lui è un Artigiano della scrittura. Non è solo piaggeria (anche se lo è, in parte) il privarsi della parola altolocata per sceglierne una più popolare/bassa: è anche consapevolezza di una guerra che da decenni si combatte nell’editoria per colpa di Autori un po’ fessacchiotti e di Editori sofisti e in malafede. Come effetto collaterale un sacco di gente si è messa in testa che definirsi Artigiano invece di Artista cambi in qualche modo la situazione: e questo uso di un termine “vuoto” alternativo, da solo, può dirci a che pessimo livello sia la comprensione della narrativa degli (aspiranti?) autori.

Poi si fionda su internet a discutere se nella sua visione la scrittura sia arte o artigianato, per colpa di quel marpione di King. Cioè, seriamente... dai...

Poi si fionda su internet a discutere se nella sua visione la scrittura sia arte o artigianato, per colpa di quel marpione di King. Ore e ore a parlare del fatto di voler scrivere o di stare scrivendo o del blocco dello scrittore, invece di studiare! O di scrivere per davvero! Cioè, seriamente… dai…

Terminato questo discorso molto introduttivo, perché non leggere l’articolo di pochi giorni fa sulla complessità narrativa e il piacere della rilettura? Non cito la Le Guin o altri grandi nomi della Fantascienza, ma se vi accontentate di Umberto Eco… :-)

 


Aristotele, dal terzo libro della Retorica:

Poiché i poeti parevano aver guadagnato la propria fama attraverso lo stile, anche se i loro discorsi erano privi di senso, fu proprio lo stile poetico a nascere per primo, come quello di Gorgia. Nonostante ancora oggi la maggior parte degli ignoranti credono che persone simili si esprimano nel modo più bello, non è così. Questo perché lo stile della prosa non è lo stesso della poesia. E il risultato lo dimostra. Perfino gli scrittori di tragedie non scrivono in quella maniera e da quando sono passati dal tetrametro al metro giambico, poiché quest’ultimo, tra tutti i metri, più di ogni altro ricorda la prosa, essi hanno abbandonato in ogni modo tutte quelle parole che non appartengono alla normale conversazione e con le quali i primi poeti erano soliti adornare le proprie opere.

Gentile, eh? Quando si parla di narrativa per davvero, come facevano Booth, Knight o tanti altri, i toni sono anche questi. Chi si scandalizza per qualche insulto, significa che non ha proprio colto quanto sia importante la narrativa per chi la ama davvero e soffre per le offese a lei arrecate da pessimi scribacchini. [↵]

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Dettagli sull'autore

Duca di Vaporteppa

Marco Carrara è nato in un secolo, vive in un altro e crede di vivere in un altro ancora. Dal 2006 si occupa in modo costante di narrativa fantastica e tecniche di scrittura. Dal 2008 si occupa di editoria digitale sul suo blog Baionette Librarie, di cui si è autonominato Duca. Nel gennaio 2012 ha avviato AgenziaDuca.it per trovare bravi autori e aiutarli a migliorare con corsi di scrittura mirati. Gli stessi corsi forniti gratuitamente agli autori di Vaporteppa.

Nel gennaio 2013 ha ideato il progetto editoriale divenuto Vaporteppa nell’ottobre successivo, con la decisione di Antonio Tombolini, A.D. di StreetLib, di adottare la collana. Ora è Duca sia di Baionette che di Vaporteppa, un po' come Macbeth che ottiene una seconda baronia all'inizio della sua vicenda.

Adora i conigli, gli scafandri da palombaro, i trattori e le fatine. Talvolta parla di sé in terza persona, come Silvio Berlusconi, i dittatori e i pazzi. Ops, l’ha appena fatto!

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1 comment

  1. Angra

    Una volta tanto sono ottimista. I lettori, per la mia modesta esperienza, stanno diventando sempre più consapevoli: penso ad esempio alla maggior parte delle recensioni di Caligo, comprese quelle che rilevavano dei difetti. Arte e Commerciale possono diventare la stessa cosa anche nella realtà di tutti i giorni, e i tempi del “Commerciale = i lettori moccicosi si identificano nello scrittore moccicoso” sembrano finiti, si spera. Già il fatto che una collana come Vaporteppa dichiari esplicitamente dei criteri per la scelta delle opere, e non richieda “biografie dell’autore” (lol), è un ottimo punto di partenza.

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